Mens insana in corde insano

Le dita più lunghe delle nostre mani sono l’indice e il medio; un messaggio significativo dell’evoluzione, Darwin sogghignerebbe a braccetto con Freud. Io non sogghigno: sono stufo di indignazione e […]

Le dita più lunghe delle nostre mani sono l’indice e il medio; un messaggio significativo dell’evoluzione, Darwin sogghignerebbe a braccetto con Freud. Io non sogghigno: sono stufo di indignazione e vaffanculismo, di populismo e disprezzo.

Partiamo dalla ignobile vicenda delle strumentalizzazioni della vita di Caterina Simonsen, una studentessa di veterinaria di Padova, una venticinquenne malata di gravi patologie che la costringono a passare gran parte della propria giornata attaccata a un respiratore. La studentessa ha voluto lanciare un messaggio a favore della sperimentazione animale, convinta com’è della loro necessità per poter sviluppare medicine di importanza fondamentale per la cura, aggiungendo il proprio caso personale: se la sperimentazione animale non ci fosse stata, afferma Simonsen, le medicine che l’hanno curata non sarebbero state inventate.

Repubblica, Corriere e tutta la pattuglia dei giornali “seri”, quelli borghesi dalla morale comune, hanno ripreso innumerevoli commenti di animalisti furiosi, che le hanno augurato sofferenze e morte. Tra quelli che mi sono “piaciuti” di più, quelli che ritenevano che se anche solo un topo di laboratorio fosse morto per lei, allora sarebbe stato meglio fosse morta lei.

Ora, il punto di partenza della questione è questo: la ragione o il torto non stanno dalla parte di chi urla più forte, ma vale anche il viceversa. Il fatto che uno, mille o diecimila teste di cazzo urlino come ossessi augurando la morte a Berlusconi, Boldrini, Kyenge, Simonsen o Travaglio non significa che questi abbiano torto o ragione nel merito. Utilizzare le teste di cazzo per squalificare gli argomenti o i temi per cui lottano è uno squallido espediente retorico. Purtroppo è quello più utilizzato oggigiorno, trasversalmente, da Grillo a Berlusconi, dai marxisti-leninisti terzomondisti a Forza Nuova, dal Giornale a Repubblica.
Ciò di cui tutti oggi abbiamo bisogno è un set di verità facili e precostituite. Qualcosa che ci colpisca allo stomaco e ci mostri la strada – laddove possibile, senza bisogno di informarci e studiare. Quando non è possibile, dobbiamo avere un pacchetto di proposte unilaterali – il blog di Grillo, la pagina facebook di SEL, Repubblica, il Fatto Quotidiano, il Giornale, l’Economist, gli “unici affidabili”, gli unici che “dicono la verità” – e diffidare di tutto il resto. Abbiamo bisogno di figure di riferimento, leader carismatici, persone infallibili, maestri del pensiero che ci dicano quello che vogliamo sentirci dire: Travaglio, Scalfari, Saviano. Per evitare la fatica di confrontare le posizioni, faticare su giornali e giornalisti, su fonti e immagini, su video e su siti istituzionali in cui trovare le conferme ufficiali a cifre e dati snocciolati da questo o quello, in ultima analisi rinunciando a tutto ciò di cui abbiamo bisogno per esprimere un ragionamento. Quando si manifesta una sinergia fra le posizioni, è allora che siamo tutti più felici: belli i tempi dell’anti-berlusconismo collettivo, quando Travaglio e Scalfari andavano a braccetto, quando il Fatto e la Repubblica erano la stessa cosa e si poteva leggere il blog di Grillo indignandosi assieme a lui da tutto l’arco pseudocostituzionale, che si fosse vendoliani o dalemiani, marxisti o liberali. Si era tutti amici e fratelli, allora. Poi purtroppo sono arrivate le larghe intese e le sfide per i nuovi governi, e si è visto presto come tutta la retorica venisse volta contro il nuovo nemico. Non diversamente da quello che si fece nel 1948 quando, risolta la guerra contro i nazifascisti, sinistra e democristiani utilizzarono l’armamentario retorico appreso nella propaganda di guerra per tirare bastonate in testa ai nuovi nemici.

In quel momento, per esempio, e cioè nel 1984 (seppure quello era il 1984) l’Oceania era in guerra con l’Eurasia ed era alleata con l’Estasia. In nessuna conversazione pubblica o privata era stato mai ammesso che le tre potenze, in qualsiasi tempo, fossero state aggruppate in uno schieramento diverso. Veramente, come Winston ricordava, erano solamente quattro anni che l’Oceania era in guerra con l’Eurasia e alleata dell’Estasia. Ma questa era come una specie di nozione rubata, ch’egli per caso possedeva perché la sua memoria riusciva a non essere del tutto sotto controllo. Ufficialmente, uno scambio di alleanze non era mai avvenuto. L’Oceania era in guerra con l’Eurasia: quindi l’Oceania era sempre stata in guerra con l’Eurasia. Il nemico del momento rappresentava sempre il male assoluto, e ne conseguiva che qualsiasi alleanza, passata o futura, con lui diveniva impossibile.
—– George Orwell, “1984”

Ma torniamo, per esempio, al nostro punto di partenza: il dibattito sulla sperimentazione animale. Sarebbe gradito che si discutesse nel merito delle questioni, questioni che sono essenzialmente due: una che riguarda l’efficacia e l’altra l’etica della sperimentazione, ovvero se sperimentare sugli animali abbia una sua utilità e se, a prescindere dall’utilità, sia accettabile sacrificare salute e vita di esseri viventi per la ricerca medica e farmacologica.

Affrontare questi temi ha delle implicazioni enormi. Per quel che riguarda l’efficacia e l’utilità della sperimentazione animale, è necessario innanzitutto che chi non conosce il campo di studio si affidi all’opinione degli esperti, o che comunque debba necessariamente approfondire le questioni tramite la loro intermediazione. Ma anche in questo caso, poiché la scienza non è la verità ma tutt’al più un tentativo di approssimazione della verità, bisogna lasciare a ognuno il diritto di formare una propria opinione motivata al termine del confronto, finché questa è basata su dati, valutazioni, approfondimento e, sopra a tutto, buona fede. Non si deve cadere nell’ipse dixit ma nemmeno si può pensare che l’opinione di un biologo esperto del campo abbia lo stesso peso di quella di un geometra, di un avvocato o di un elettricista che non conoscono in nulla o quasi quelle tematiche. E allo stesso tempo, il biologo dovrebbe riflettere sul fatto che nella scienza molti grandi progressi si sono raggiunti remando controcorrente: la difesa a oltranza delle convinzioni condivise dalla gran parte degli scienziati può essere commendevole in un mondo oppresso dalle urla belluine degli ignoranti appassionati di un argomento controverso, ma non deve mai tradursi nell’arroccamento nella torre d’avorio, nel non saper mettere in discussione continuamente le proprie convinzioni (il dubbio è il vero motore del pensiero scientifico e del progresso umano), e soprattutto nel disprezzo per persone che, in buona fede, sono interessate e preoccupate dalle implicazioni etiche della scienza e dai rischi dello scientismo e della tecnologia per la vita umana e animale, per l’ambiente, per l’ecosistema del pianeta.

Entra così in gioco il secondo aspetto: quello etico. Nei temi che riguardano la vita degli animali, dalla sperimentazione biomedica al vegetarianesimo, per esempio, si aprono questioni di importanza capitale da questo punto di vista, e le domande destinate a restare senza una risposta intrinsecamente vera sono infinite: come si può pretendere da un genitore che egli consideri più importante la vita di un milione di cavie da laboratorio rispetto a quella del figlio o della figlia? Si può essere contrari alla sperimentazione sugli animali ed essere vegetariani, e poi imporre ai propri animali una dieta a sua volta vegetariana o vite innaturali? Si può accettare qualche forma di schiavitù sugli animali, come possedere un animale domestico, spesso e volentieri prodotto di centinaia di anni di selezione innaturale che ha portato animali come i lupi a diventare razze canine pregiate, la maggior parte delle quali piagate da malattie genetiche che rendono le loro vite problematiche e del tutto incapaci di essere vissute se non in ambienti artificiali controllati dall’uomo? Cosa avverrebbe se tutto il mondo domani si scoprisse vegetariano o vegano di tutti gli allevamenti, di tutti gli animali che vengono allevati a scopo puramente alimentare? Chi se ne occuperebbe, darebbe loro da mangiare? Andrebbero sterilizzati o dovrebbero essere lasciati liberi di riprodursi? Molti vegetariani e vegani non si preoccupano di dare risposte a queste domande: lo fanno perché tanto sanno che questa opzione non è dietro l’angolo e quindi non vale la pena pensarci? Quale differenza razionale fra un testimone di Geova che preferisce lasciare che il proprio figlio muoia piuttosto che consentirgli una trasfusione e un animalista che preferisce che il proprio figlio muoia piuttosto che usare farmaci testati sugli animali? E nel nome di quale ideologia e fino a che punto siamo autorizzati a spingerci per imporre scelte e forzare la mano di chi non condivide la nostra opinione? Fino a che punto possiamo imporre cure o morte di esseri umani e animali a prescindere?

Il punto è che non ci sono risposte semplici a queste domande: e nonostante ciò temo che il punto di partenza della maggior parte di noi coinciderà col punto di arrivo: gli altri saranno sempre persone del sistema – compromesse pagate sfruttate più o meno consapevolmente – o picchiatelli ignoranti e fuori di testa. Untermenschen di cui ridere e a cui destinare l’indignazione o il vaffanculo di turno.
Invece è necessario sapere distinguere per bene tra ciò che è vero, ciò che è verosimile, ciò che è presunto, e ciò che è falso, anche per sapere a chi e su che cosa sia appropriato rivolgere i nostri insulti e il nostro disprezzo.

La difficoltà e l’importanza di valutare la verità e l’ethos nelle questioni si può dedurre anche in altri casi, come quando si mescolano tematiche di piani differenti. Molti vegetariani, per esempio, auspicano che la sfida posta dal cambiamento climatico induca ad abbandonare il consumo di carne, che è molto più inquinante di una dieta vegetariana. Eppure non sanno che studi scientifici calcolano che per produrre 1 chilo dalla coltivazione del riso, a causa dell’alta produzione di nitrati nelle risaie, si contribuisca al cambiamento climatico fino a venticinque volte di più che producendo 1 chilo di carne bovina (1). In questo caso, l’argomentazione pragmatica non è sufficiente a chiedere un cambio di stile di vita: per questo singolo aspetto, è necessario fare una scelta etica. Scelta che spesso non viene fatta trapelare, ed è un errore, proprio perché sotto sotto si sa che l’argomentazione etica rischia di essere percepita come più debole e inficiare il proprio obiettivo. Ma non si può mai mentire o venire meno alla verità per diffondere un’idea: anche quando la verità sembra togliere forza alle nostre argomentazioni, la malafede e la manipolazione delle informazioni non può che fare peggio alla nostra causa.

Argomenti come questi vedono intrecciarsi una enorme quantità di problematiche, come succede anche andando ad analizzare le implicazioni politiche, economiche e sociali che investono le disastrate casse dello Stato italiano. Eppure più il problema è complesso e sfaccettato, e più rischia di attecchire la “soluzione dall’aspetto semplice”, che riesca a sembrare ovvia perfino a chi non ha che al massimo una vaga idea sul tema. A quel punto si avrà buon gioco ad etichettare l’avversario come inetto se non riesce a vederle, o malvagio se appositamente le ignora, con grande successo tra chi basa le proprie “nuove” convinzioni solo su una presunta verità autoevidente e sulla propria ignoranza di partenza.

 

NOTE:

1) Secondo alcuni studi, la carne bovina contribuirebbe alla produzione di gas serra con 11,5 chili di CO2 per chilo di prodotto, mentre il riso contribuirebbe con 276 chili di CO2 per chilo di prodotto. Al di là di questo confronto, su cui vi sono effettivi dubbi, non ci sono dubbi sul fatto che la produzione di riso sia estremamente inquinante e correlata al riscaldamento globale, si veda e.g.: http://www.thinkglobalgreen.org/METHANE.html spiega come il metano sia un gas serra; http://en.wikipedia.org/wiki/Atmospheric_methane#Rice_agriculture riassume il ruolo della produzione di riso nell’inquinamento da metano; nelle pagine finali di http://www.ima.kth.se/eng/respublic/emissions_report_17_set_ACK.pdf c’è un confronto simil-a- capocchia sull’emissione di gas serra durante il processo di produzione di differenti alimenti, in cui si vede come la carne di maiale è più o meno come il riso in termini di contributo globale ai gas serra, mentre i bovini fanno molto peggio anche a causa dei processi industriali e del fatto che non si usino il gas e i liquami prodotti per altri fini, cosa che ridurrebbe molto l’impatto ambientale; infine altri tre articoli (ovvero: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14674519 http://www.treehugger.com/climate-change/rice-growing-more-methane-climate-warms.html http://www.emagazine.com/daily-news/rice-paddies-have-a-methane-problem) in cui si dice che per ogni grado di temperatura che si alza, la produttività del riso diminuisce del 10% e che la produzione di metano dovuta al riso aumenta con il progressivo aumento della temperatura (“The researchers found that rice yields increased by 24.5% due to increased CO2 emissions in the atmosphere, driving up methane emissions by 42.2%”).

About Volpe

La Volpe è nata nel 1980 a Roma, ma ha fatto il liceo classico e si è laureata in Fisica a Modena. Respinto dalla Norvegia dopo quattro anni per un fallito test antirabbia, il suo stato mentale è degenerato al livello "credersi il Presidente della Repubblica". E' un animale selvatico, agnostico, romanista e di inclinazioni socialiste; adora le glaucopidi, non crede in nulla, ma, contro ogni esperienza e ogni buon senso, ripone una fiducia sconfinata nell'Amore.