la Satira del Minotauro

Non ricordo come tutto sia iniziato, anche se un tempo lontano forse la mia vita non era questa. So di possedere nozioni difficili da ricostruire sinteticamente; so che non è […]

Non ricordo come tutto sia iniziato, anche se un tempo lontano forse la mia vita non era questa. So di possedere nozioni difficili da ricostruire sinteticamente; so che non è possibile che io sia ciò che sono da quando sono nato: che qualcuno avrebbe parlato, allora.

Da che io mi ricordi di me stesso, lavoro nella bottega del signor Marini. Faccio le pulizie, essenzialmente, fissando talvolta coi miei grandi occhi bovini i corpi dei miei cugini nel reparto frigo, con le grosse chiavi appese ai calzoni per non rischiare di rimanere chiuso dentro come nei telefilm polizieschi. La sera, nell’appartamento ricavato dallo scantinato, guardo la televisione, mentre da una piccola finestra rintoccano i colpi delle scarpe degli altri esseri umani che camminano sulla mia testa.

Roma è calda e umida in quelle notti d’estate che fanno sudare il mio corpo deforme. Ridotto a leccare le ultime gocce di latte ghiacciato da una scodella di coccio, sdraiato mollemente sul letto da una piazza e mezzo che si trova nell’angolo dell’unica stanza, lascio che il ventilatore muova l’aria alla vana ricerca di requie dall’odore di asfalto bruciato che si scioglie attraverso la strada.

Quando per la prima volta andai a lavorare dal signor Marini, tutti si spaventarono alla mia vista. Oggi, i clienti mi danno grandi pacche sulla schiena e parecchi mi parlano. Qualcuno sa perfino che non sono un povero deficiente, un ritardato mentale, perché ha scoperto che so leggere, e scrivere, e fare di conto. Un vecchio pensionato si commosse vedendo la libreria che tappezza il mio monolocale, i titoli sgualciti e quelli nuovi per i quali spendo la maggior parte della mia paga. “Io vorrei che tu venissi da me, ma mia moglie si spaventerebbe, e poi lei non sa che vengo al bar.” Ogni giorno mette via qualche soldo dalla spesa, e poi li gioca alle macchinette. Non consuma mai niente, se non quando vince. Ogni tanto il signor Marini gli paga un caffelatte quando arriva la mattina. Gli rispondo con un ampio cenno del capo e ogni tanto muggisco, ma piano, per non fare paura a nessuno. Una volta presi a prestito la macchina di una ragazza che aveva bisogno del mio appartamentino per incontrarsi con l’amante, guidai fino alle colline e poi, nascosto fra gli alberi, urlai con tutte le mie forze. Le onde sonore si manifestavano attorno a me come una danza di seni e coseni ondeggianti lungo la vallata, spezzati e rifratti dagli alberi, infinitamente propagantisi per il cielo, smorzati poi dal rombo di un aereo di passaggio, da un tuono lontano nel maggio elettrico. Non so nemmeno quando e come io abbia imparato a guidare.

Ma il vino, no, quello non lo riesco a sopportare. Se bevo due bicchieri di rosso, mi nascondo nelle celle frigorifere e piango, le lacrime si infilano nelle mie grosse froge e la lunga lingua violacea ne lecca il sale, e compiango il mio destino crudele, dimenticando le sfortune e la miseria che inondano il mondo. E allora evito il vino, come l’amore, perché sentirsi mostro è sempre sbagliato. Ed essere mostro presuppone desiderare ciò che più di ogni altra cosa io rifuggo: mostrarsi – quale patetica, pacchiana meraviglia – a un mondo che quasi sempre ci ignora, e quando ci asseconda, ci imbonisce, perché desidera solo evitare ogni sorta di confronto e problema – prima ancora che ridere di noi.

Non so se la mia predilezione per la parola scritta preesistesse a questa mia condizione: di certo non sento esigenza della parola parlata, mi basta l’espressione di opinioni fra i clienti e i frequentatori del bar, della macelleria, del ristorante, del tabacchi. Ci fu un tempo in cui mi possedette la smania di comunicare; non a caccia di quindici minuti di superiorità, di fama, ma obnubilato dalla folle convinzione di avere qualcosa da dire al prossimo, mi feci monstrum, mi feci meraviglia. Si parlò del blog del minotauro, fui invitato in televisione, ma non ero molto videogenico, con quella grande lingua viola e lo sguardo placido e muto – un freak durato un’estate, che non poteva neanche essere recuperato da una radio privata, proprio perché non parlavo. Mi fu offerto uno spazio gratuito sul Fatto Quotidiano, ma declinai: avevo capito il mio errore. La voglia di esprimersi a tutti i costi è una cosa strana, non so perché gli uomini vivano queste esistenze dilapidando il proprio essere in rivoli – da figli mai davvero voluti a pensieri sbrodolati sulle pagine e poi difesi oltre ogni buon senso solo perché propri, come se ci fossero costati sangue. Una serena indolenza è preferibile a tonnellate di parole, di caratteri stampati. Qualche giorno fa, nella libreria del mio quartiere, trovai il mio libro nella sezione della letteratura satirica. Un anno di pagine di diario, sospeso fra volumi altrettanto autoreferenziali di troppi scrittori e disegnatori. Il tempo passa e ciò che abbiamo detto si fa sempre più inutile e vano, materiale per i posteri, per storici e filologi a quattrocento anni da oggi, che possano capire chi siamo stati. Mura di Pompei, e qualcuno sarà anche riscoperto come un classico – quello scoperto per primo, quello più fortunato, forse qualcuno fra i pochi davvero meritevoli. Al mondo di oggi, gli scrittori minori regalano inutilità di peso identico a quelle dei più celebri. Ogni giorno si scrivono diecimila battute su Silvio Berlusconi, mille editoriali sulla crisi, cento vignette contro il governo, cinquanta post che chiamano alla rivoluzione in Val di Susa. Ho visto l’altro giorno Federica Pellegrini con una maglia contro la violenza sulle donne. Fermiamo il bastardo”. Che stupido chiamare un criminale “bastardo”, come se avessero scritto sulle proprie magliette “fermiamo il figlio di puttana”: propagandiamo le umiliazioni con le parole che vorremmo usare per difendere gli umiliati. Dovremmo forse astenerci dal criticare davanti alla buona volontà e alla buonafede? In teoria, dovrebbe essere più facile: nell’altro dovrebbe esserci il desiderio di fare meglio. Invece la buona fede diventa intangibilità. E’ anche per questo che non esiste più dialogo. Il mostro che è in noi intanto si rimira allo specchio. Oggi si critica la cultura dell’immagine, ma l’immagine è il mezzo privilegiato di interazione con il mondo, da molto prima che esistesse la televisione, da molto prima di internet. Ci sembra sempre di essere nuovi, e invece siamo pateticamente uguali a sempre. Le cattedrali affrescate parlavano ai cuori molto più del latino che nessun popolano capiva. Erano parole, sprecate come le nostre, come le mie, solo a confondere gli occhi e il cervello: vogliamo dare l’idea che più scriviamo, più sappiamo qualcosa.

Io ho sbagliato tanto, e da molto prima di diventare quello che sono, di questo ho chiara certezza. Ho letto Bulgakov e Dürrenmatt e Borges, ma non mi hanno insegnato nulla di più sulla mia condizione. O forse sono solo un archetipo che ritorna, come gli uomini che uccidono le donne, un errore sempre ripetuto, come una singolarità inevitabile dello spazio-tempo.

Nei miei giorni ho rinunciato a sapere chi ero, ad avere un padre e una madre. Ho anche rinunciato del tutto alla sofferenza nel momento in cui ho smesso di raccontarla. Se c’è veramente qualcosa di sensazionale fra gli uomini, è l’incomunicabilità inscritta nel nostro reciproco disinteresse. Esiste un solo monstrum, il se stesso, che esige dagli altri l’ammirazione. Scrivere, parlare: chi è bene educato aspetta il proprio turno di sfoggiarsi. Questa è la comunicazione, e nulla più.

Ho indagato il mio cuore cercando di capire quale bisogno separi me dal prossimo, se ci sia davvero differenza. Essenzialmente, per sapere di cosa ci si vanta, cosa si sfoggia agli occhi del mondo, in che modo si esprime la propria mostruosità: chi lo fa con un figlio (o un gatto, o un cane); chi portando al collo i propri dolori o le proprie colpe; chi indossando una visione del mondo che tutto (immanente e trascendente) spiega e comprende; chi con la realizzazione di un lavoro, con il successo. Allora tutto è troppo anche per il mio grande capo bovino, e mi accarezzo la fronte pelosa come per calmarmi, sospeso nell’aporia fra la consapevolezza di essere come tutti gli altri e il desiderio di essere unico. Non mostrarsi, per non essere mostro; ed essere mostro proprio nel non mostrarsi, al contrario di tutti?

Con queste parole, so solo di avere ceduto un’altra volta. D’altronde, puoi chiedere al mondo di dimenticarti, ma non puoi mai dimenticare te stesso.

 

About Volpe

La Volpe è nata nel 1980 a Roma, ma ha fatto il liceo classico e si è laureata in Fisica a Modena. Respinto dalla Norvegia dopo quattro anni per un fallito test antirabbia, il suo stato mentale è degenerato al livello "credersi il Presidente della Repubblica". E' un animale selvatico, agnostico, romanista e di inclinazioni socialiste; adora le glaucopidi, non crede in nulla, ma, contro ogni esperienza e ogni buon senso, ripone una fiducia sconfinata nell'Amore.