I responsabili

Nel 1995, il professore danese Ole Wæver (vedi foto a lato), studioso di scienze politiche e relazioni internazionali, coniò il termine “securitizzazione” per definire quel meccanismo del linguaggio e della […]

Nel 1995, il professore danese Ole Wæver (vedi foto a lato), studioso di scienze politiche e relazioni internazionali, coniò il termine “securitizzazione” per definire quel meccanismo del linguaggio e della comunicazione che porta a percepire problematiche della vita pubblica come “situazioni di emergenza” che richiedono l’introduzione di legislazione o provvedimenti straordinari. Si giustificano così azioni politiche che normalmente sarebbero considerate inaccettabili dall’opinione pubblica e che spesso sono contrarie allo spirito quando non alla norma della legge, delle costituzioni nazionali, dei diritti umani.

Come tutti i grandi pensatori, Wæver e i membri della Scuola di Copenhagen con cui costruì l’impianto teorico degli studi sulla securitizzazione avevano compiuto una operazione di analisi dell’esistente che però pronosticava e profetizzava anche gli sviluppi della realtà futura. Il più eclatante esempio di securitizzazione che è sotto i nostri occhi ogni giorno, infatti, è quello che ha portato, a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001, alla sequenza di decisioni “securitizzate” messe in atto dalle amministrazioni USA.

La guerra preventiva, in violazione di ogni norma internazionale e contro il parere dell’ONU; l’istituzione del Patriot Act confermato dall’amministrazione Obama; la carcerazione speciale a Guantanamo, in violazione non solo dei diritti umani e della Costituzione statunitense e dei principi più elementari di diritto; le estradizioni forzate, segrete e illegali sul suolo di stati sovrani; e, più recentemente, le violazioni alla privacy di milioni di cittadini europei (e forse statunitensi) grazie agli accordi con le aziende di telecomunicazione e internet, sono sotto gli occhi di tutti, così come è sotto gli occhi di tutti il fatto che siano state messe in piedi e giustificate, spesso con l’approvazione di una fetta consistente dei cittadini, per ragioni di sicurezza e di emergenza.

L’utilizzo di una emergenza a fini propagandistici è sempre stato appannaggio dell’uomo politico. Eppure, da quando esistono le democrazie occidentali moderne, non si è mai visto un uso così massiccio di questo linguaggio strategico come negli ultimi tempi. Apparentemente, infatti, negli ultimi venti e passa anni non ci sono temi della politica che non siano stati affrontati nell’ottica dell’emergenza, non di rado securitaria.

Un caso di emergenza corredata da aspetti di sicurezza (privata e nazionale) che si trova sotto gli occhi di tutti, ma molto più sottile del precedente esempio della lotta al terrorismo islamico, è quello della lotta all’immigrazione clandestina. Qui, come nel caso precedente, si deve notare quanto sia importante il contributo dei media alla costruzione del discorso securitario. Questo contributo può essere sia intenzionale, per motivi di malafede o di militanza politica, oppure casuale, motivato magari dalla ricerca, spesso sensazionalistica, dello scoop o della notizia che fa vendere.

Penso non sia necessario un grande atto di fede nel credere all’affermazione che un immigrato rumeno, albanese o marocchino che ruba, spaccia o stupra faccia mediamente molta più notizia di un italiano. Oltre al fatto che, quando gli italiani entrano nella notizia, lo fanno con il loro nome e cognome e la propria individualità (“Parolisi il marito di Melania”, “lo zio Michele”, “Olindo e Rosa”, “Erika e Omar”, “Raffaele Sollecito e Amanda Knox”, “Anna Franzoni”), mentre gli stranieri di certi paesi rimangono ombre prive di nome, finendo per antonomizzare i reati di cui si sono macchiati senza alcun tipo di contestualizzazione (né a livello di storia personale, né a livello di cifre, per esempio: quanti clandestini commettono reati, quanti immigrati regolari commettono reati, in che percentuale rispetto a cittadini italiani, e così via).

Davanti alle scene clamorose di centinaia di immigrati che sbarcano da barconi improvvisati a Lampedusa o sulle coste siciliane, diventa quindi totalmente inutile l’obiezione del buon senso e della realtà dei fatti, ovvero quella di far presente che, per esempio, la stragrande maggioranza degli immigrati clandestini ancora oggi entra legalmente in Italia, su aerei, treni e automobili. E non è “colpa di Schengen”, o non solo, visto che lo faceva anche prima del 1997, con visti turistici e permessi di studio, salvo poi darsi alla macchia e al lavoro nero solo in un secondo momento (dalla sanatoria del 2002 emerse che il 75% delle 700’000 persone che hanno richiesto di regolarizzarsi erano entrate in Italia regolarmente per poi trattenersi al termine del periodo permesso (1)). O far presente che la stragrande maggioranza degli immigrati che entra da barconi, nonostante gli show televisivi, rimane per anni prigioniera dei CIE, dai quali solo un numero piccolissimo riesce a fuggire, andando a costituire la fetta più piccola in assoluto degli immigrati clandestini in circolazione sul territorio.

Con questo, naturalmente, non si vuole dire che l’immigrazione clandestina, gli imponenti flussi migratori dal Sud al Nord del mondo e i problemi delle società multiculturali non costituiscano una delle maggiori problematiche del mondo moderno. Ma affrontare nodi così complessi, che attraversano interi continenti, coinvolgono milioni di persone e si sviluppano in modo imprevedibile attraverso i decenni, necessiterebbe di un approccio meno semplicistico (e spesso in malafede) alla questione. Un esempio chiaro di ciò che sta avvenendo, e del ruolo del paradigma securitario nell’impedire di trovare una reale soluzione ai problemi a causa della semplificazione opportunistica che ne consegue, è, per esempio, la storia della lotta alla droga (2).

Ritornando al ruolo dei media nel trasmettere il messaggio securitario, possiamo fare un altro esempio più lontano da noi e forse meno difficile e controverso da accettare: negli anni settanta, in piena guerra fredda, non aveva importanza che un regista facesse un film di guerra con i russi cattivi perché era un ultrapatriota ideologicamente motivato oppure perché puntava sul nemico per avere più facilmente successo presso una massa maggiore di cittadini – il risultato era comunque di alimentare la percezione dell’Unione Sovietica come di un nemico spietato e inumano, e dei suoi abitanti come mostri da combattere (ricorda qualcosa?).

Negli ultimi anni, a seguito della pesante crisi economica, il discorso securitario si è anche fatto prepotentemente strada in economia, buttando completamente per aria ogni tentativo di approccio razionale alle questioni da affrontare, a tutto vantaggio dei fautori dell’austerity, che molto spesso coincidono con gli stessi fan dell’ultraliberismo che è in parte responsabile della crisi in cui ci troviamo. L’equivalente economico-politico della minaccia dei terroristi islamici e dei migranti sui barconi è rappresentato qui dagli slogan: “ce lo chiede l’Europa!” e “come reagiranno i mercati finanziari”?

In Italia, che come al solito ce la mette tutta per costituire un esempio particolarmente confuso ed estremo di ogni fenomeno negativo a livello di democrazie occidentali, questo elemento si è mescolato e saldato a un altro discorso securitario: quello della presunta minaccia di Berlusconi alla democrazia, alla legge, e a ogni decoro istituzionale, civile, pubblico e privato. Una minaccia invocata come giustificazione e spesso unica argomentazione per votare il presunto “meno peggio”, a tutti i costi, che fosse una pippa di partito come il PD, o un candidato chiaramente perdente come Rutelli. Il tutto senza fare nessun tipo di tentativo di proposta e/o di analisi politica seria, dimenticandosi del fatto che assumere allenatori e giocatori a caso può magari farti arrivare terzo in un campionato botta-di-culo a forza di rigorini di Balotelli, ma non potrà nascondere a lungo la tua pochezza se non fai un lavoro serio sulla struttura della tua squadra, del suo reparto giovanile, sulla scelta di dirigenti, personale tecnico, talent scout e, soprattutto, senza avere un metodo e degli obiettivi chiari.

Tutta questa serie di elementi ha generato l’insulto securitario definitivo: l’appello alla responsabilità, ultima arrivata nella compagnia delle parole stuprate dal linguaggio politico, la cui desecrazione più violenta ed evidente è stata compiuta quando il gruppo di venduti del PD, dell’UDC, di FLI e dell’IDV che hanno salvato il governo Berlusconi a fine 2010 ne fecero la loro bandiera.

Circa un anno dopo, l’appello alla responsabilità fu quello di Monti e Bersani, che da leader del PD si fece carico di far digerire al popolo di sinistra un anno di coabitazione con i ricatti di Berlusconi nel nome della stabilità di fronte ai mercati, mentre il paese, impossibilitato dai numeri in Parlamento a effettuare qualunque tipo di manovra elettoralmente pericolosa, si limitava a galleggiare nel crescente fastidio e disincanto della popolazione che ha portato all’exploit di Grillo e a una nuova fase di ingovernabilità.

La risposta a tale ingovernabilità, da parte del Partito Democratico, è stata ancora una volta all’insegna dell’appello alla responsabilità, con lo spauracchio dello spread e dei mercati finanziari. Ma come nella favola di Pierino e il lupo, lo spauracchio fa sempre meno presa sulla testa delle persone, e per due motivi molto semplici: il primo è che nonostante governi pressoché abulici e la lunga crisi di potere seguita alle elezioni, non è successo nulla di irreparabile (così come non era successo, in condizioni molto più drammatiche, in Grecia quando si tornò a votare dopo soli due mesi dall’elezione che non era riuscita a dare una maggioranza stabile al paese); il secondo è che, per quanto sia preoccupante la prospettiva di attacchi speculativi in momenti di vuoto politico del paese, è evidente a molti che il galleggiamento Letta è una soluzione di ripiego che non sta risolvendo alcuno dei problemi del paese, come non ne aveva risolti il governo Monti. E il motivo principale di ciò è lo stesso motivo che bloccava Monti, ovvero, se non vogliamo chiamarli “i ricatti di Berlusconi”, quantomeno l’impossibilità di avere una azione di governo un minimo coerente e sensata a causa della coabitazione fra PD e PDL.

L’esempio della menzogna sistematica e della distorsione delle parole nel nome della responsabilità è stato più che mai evidente in questi giorni, per esempio per quanto riguarda la normativa sull’IVA e sull’IMU. Dopo avere cercato in tutti i modi di giustificare l’aumento dell’IVA e di ostacolare la cancellazione dell’IMU a causa dei noti problemi di bilancio, piegandosi solo per i diktat berlusconiani, in questi giorni di crisi Letta e il PD hanno fatto appello alla “responsabilità” del PDL chiedendogli di salvare il governo, cercando di accattivarsi la simpatia dell’elettorato dicendo che “altrimenti è colpa loro se non si possono tagliare IMU e IVA”.

Cercando di tirarsi fuori dalle sabbie mobili del discorso securitario sulla responsabilità, ciò che i dirigenti e tesserati PD, i suoi elettori e i cittadini italiani dovrebbero fare è andare un pochino al di là di questo apparentemente ineludibile dualismo fra la stabilità di governo e l’apocalisse, e chiedersi, per esempio, a cosa siano serviti i quasi due anni che sono intercorsi dalla nascita del governo Monti e del varo del “senso di responsabilità” in Parlamento. Il passaggio del tempo in soluzioni di ripiego che non servono a nulla se non a perpetuare uno status quo nel quale nulla si può cambiare non ferma l’erosione della ricchezza e dei posti di lavoro. Questa strategia della responsabilità consiste nel ripararsi dall’uragano della crisi sperando che quando il vento si poserà non si sarà portato via casa, macchina e lavoro. Non c’è niente di responsabile in questo, non c’è niente di responsabile nel sedersi al governo con Berlusconi sapendo tutto questo, e lasciando che il paese si sgretoli giorno dopo giorno in questa decomposizione che nessun governo di larghe intese può arrestare.

Intanto, mentre il paese casca a pezzi, la credibilità della politica è ai minimi storici, e il disastro e la compromissione che si sono insinuati nei maggiori partiti aumentano la confusione e rendono sempre più improbabile che un partito o una coalizione sappiano offrire una visione chiara, una proposta di soluzione, che si riesca a seguire il precetto di Gesù Cristo che recita: “Ma sia il vostro parlare: Sì, sì; o no, no: quel che vi è di più proviene dal male”. Nelle parole dei nostri politici c’è solo il di più, perché non si valutano mai i fatti per quello che sono, ma solo per la loro opportunità allo scopo di salvare la stabilità politica del paese. Un dogma assolutamente inaccettabile, allo stesso tempo segno di arroganza, di incapacità e di una cultura della sconfitta indolente, passiva, rinunciataria e fatalista.

Nel nome della responsabilità quindi si può fare qualsiasi cosa, perché qualsiasi cosa che non sia stabilità sarebbe, nel mantra del governo, peggio di questa abulia e di qualsiasi incoerenza e incapacità nell’azione governativa. Nel nome della responsabilità si dice tutto il giorno prima e poi si nega il giorno dopo, dal “mai con Berlusconi” al rimanerci senza vergogna per due anni al governo, ben sapendo, ripeto, che questo non potrà mai essere di alcun beneficio strutturale al paese, dieci anni dopo che la tanto invocata Europa ha iniziato a dirci che dobbiamo fare riforme strutturali perché il nostro sistema-paese non funziona.

Continuare a fare compromessi bassissimi e a gestire soluzioni di ripiego senza proporre alcuna strategia, alcuna alternativa, allontana solo il momento in cui ci si dovrà davvero rimboccare le maniche e iniziare a spazzare via i resti del disastro. E i danni che vengono fatti al paese nel tempo che passiamo immersi nella responsabilità di Letta e soci progrediscono a un ritmo sempre più rapido. Più tempo resteremo nel fango con i responsabili, più tempo, sangue e sudore serviranno a riedificare sulle macerie del nostro paese.

I governi di responsabilità sono una barzelletta ostaggio di Berlusconi, puntellati dalla temporanea “redenzione” di lobbisti spregiudicati come Lupi, piduisti come Cicchitto, corrotti come Formigoni. E’ evidente guardando i volti di chi è seduto su quegli scranni che questo governo non ha alcun orizzonte e non può proporre alcuna soluzione per la sua natura intrinseca. Si tira a campare aspettando che una congiuntura internazionale ci salvi.

E sarebbe questa la responsabilità?

 

Note:

(1) Si veda Santoro, E.: “La regolamentazione dell’immigrazione come questione sociale: dalla cittadinanza inclusiva al neoschiavismo” (2010) o Bianchini, C.: “L’immigrazione al tempo della securitizzazione e la strategia neo-schiavista in Italia” (2013).

(2) Si veda per esempio Crick, E.: “Drugs as an existential threat: An analysis of the international securitization of drugs” (2012).

About Volpe

La Volpe è nata nel 1980 a Roma, ma ha fatto il liceo classico e si è laureata in Fisica a Modena. Respinto dalla Norvegia dopo quattro anni per un fallito test antirabbia, il suo stato mentale è degenerato al livello "credersi il Presidente della Repubblica". E' un animale selvatico, agnostico, romanista e di inclinazioni socialiste; adora le glaucopidi, non crede in nulla, ma, contro ogni esperienza e ogni buon senso, ripone una fiducia sconfinata nell'Amore.