Trashabile: Snowden, Siria e sesso

  Edward Snowden mi guardava fissamente, lo sguardo vitreo puntato sui miei occhi stanchi. C’era un rivolo di bava che ancora si ostinava a scivolare lungo il suo mento, un […]

 

Edward Snowden mi guardava fissamente, lo sguardo vitreo puntato sui miei occhi stanchi. C’era un rivolo di bava che ancora si ostinava a scivolare lungo il suo mento, un ultimo sospiro di vita che come l’ultima acqua di un fiume si rifiutava invano di prosciugarsi. Ma sapevo perfettamente che Snowden era già morto. Mi aggirai per la stanza con i guanti medici e un piccolo spolverino: bisognava stare molto attenti a non cancellare un numero eccessivo di tracce, la scelta migliore era sempre toccare il minimo possibile. Le mie espadrillas si muovevano timidamente sulla moquette. Per quanto sia stiloso ripulire un appartamento con giacca, cravatta e scarpe di camoscio, la verità è che non si può alterare una scena del crimine con efficacia con abiti da mille e duecento euro fatti su misura. Non che ci fosse molto da alterare. La ragazza era crollata dentro alla doccia, l’acqua continuava a scendere sul suo corpo nudo. Un bel colpo di fortuna, mi dissi. Le fotografie per i giornali scandalistici avrebbero avuto un bell’effetto. Snowden aveva capito, anche lui troppo tardi, quando aveva detto: la gente passa più tempo a guardare le foto della mia ragazza e a chiederle come si sentiva dopo che me ne ero andato, piuttosto che a parlare dei crimini, veri o presunti, del governo americano.

 

E bravo Snowden. D’altra parte, fra i processi a Berlusconi, quello di cui hanno più parlato è quello di Ruby. Mi ricordo quando avevo letto le carte sulla (futura) morte di Snowden che mi erano state passate nella cucina del mio appartamento romano, e mentre le meditavo mordicchiando un pezzo di pancetta affumicata, incurante del caldo umido della città in giugno, sentivo alla radio Vittorio Zucconi che esultava per la sentenza di primo grado come se non ce ne fossero state altre poi prescritte o cancellate. VZ, in piena ordalia orgasmatica, aveva cantato con voce non sgradevole “sorelle d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Ilda s’è cinta la testa”, chiedendosi poi perché Snowden, se era tanto amante della libertà, si fosse rifugiato in Cina, Russia, Cuba. Il buon Buffoni, suo compagno di avventure radiofoniche, gli aveva risposto, ingenuamente eppure cogliendo nel segno: in un paese occidentale, lo consegnerebbero subito a Obama. Anche i più sprovveduti se ne accorsero quando Francia e Portogallo fecero a gara per costringere Evo Morales ad atterrare, per guardargli nell’aereo se ci fosse Snowden diretto in Bolivia da Mosca. Ma che importa, Zucconi ha la sua condanna per prostituzione minorile a Berlusconi, e tanto gli basta.

 

Gli italiani si sono vergognati per vent’anni di Silvio e degli eredi sempre più infelici e incapaci di Partito Comunista e Democrazia Cristiana. Ma vergognarsi rispetto a chi?, pensavo, studiando i dettagli della stanza di lusso di un albergo di Reykjavik. Rispetto agli islandesi che, dopo la crisi che li aveva quasi mandati in bancarotta, si erano liberati del governo rossoverde che li aveva salvati, mandandolo a casa alla prima occasione, per rimettere al potere il partito che aveva creato la bancarotta stessa?

 

Rispetto agli americani? Che erano solo contenti di farsi spiare da Barack Obama, l’uomo del futuro, l’uomo delle tante speranze bene o male tradite, mai responsabile, come non lo era mai stato nessuno nel governo statunitense, dei crimini di stato? Crimini di stato che in USA significavano migliaia di marines morti, e per ogni marines cento iracheni e cento afghani. Tutti quei morti a un gallone di sangue a testa, faceva centinaia di migliaia di galloni che macchiavano le mani di pochi criminali, legittimati a governare dal voto delle democrazie responsabili. Sempre solo le nostre. Il voto in Bolivia o Venezuela è sempre truccato, invece. Inutile ricordare che l’unico voto truccato di cui si abbia avuto certezza è quello che ha portato all’elezione di George W nel 2000, senza che vi fossero manifestazioni o sollevazioni popolari. Ed è anche interessante pensare a questa equazione oramai automatica – fra le proteste e la loro legittimità: se si manifesta in Brasile o Egitto è sicuramente contro governi liberticidi o illegali e dittature; se si manifesta contro la Tav o contro Obama, è sicuramente una sedizione, o al limite comunistacci nimby e ingrati. Ci siamo dimenticati che non ci sono manifestazioni buone o cattive a prescindere, e che prima di sparare a zero sull’egiziano Morsi, sul turco Erdogan o sulla brasiliana Roussef, bisognerebbe capire chi e perché manifesta. Poi sarà legittimo prendere posizione pro o contro – ma ogni volta che faccio lo sforzo di aprire un giornale e leggere fra le righe di articoli scritti sempre con alle spalle interessi di parte, di partito o economici, in buona o cattiva fede, non so mai cosa pensare.

 

Richiusi dietro di me la stanza, senza nemmeno cercare di nascondere i pacchetti di plastica nei quali si trovava la droga speciale che avevo dato a Eba. In fondo mi dispiaceva per lei: sarebbe risultata solo una delle tante tossicodipendenti che morivano ogni anno per una partita sbagliata, forse persino una prostituta. Invece era solo una straordinaria professionista. Mi ripromisi di concedermi il lusso di una lacrima, una volta andato via di lì. Qualcosa che somigliava all’affetto si faceva strada assieme alla consapevolezza che non avremmo più discusso della musica di Peter Hammill e Robert Wyatt mangiando uova e salmone con vista sull’Hekla. Temi ricorrenti che sparivano da una vita, come un’orchestra spaesata che ha perso il primo violino. Ma un altro aspetta già di prendere il suo posto. Scesi due piani e giunsi alla mia camera. Entrai fischiettando un motivo di Henry Mancini, infilai le espadrillas in una busta di plastica biodegradabile e poi la avvolsi con cura in un altro sacchetto, che depositai nella tasca destra della giacca che mi aspettava sull’appendiabiti. Tolsi la maglietta e i pantaloni della tuta, mi cambiai e uscii con il mio sacchetto segreto ben chiuso nella giacca.

 

Camminai sotto il sole di mezzanotte mentre la città sonnecchiava artificiosamente dietro tende appena tirate. C’erano poche anime in giro, ma aspettai comunque a lungo il momento giusto per lasciare il sacchetto dentro a un bidone della spazzatura. Il mio compito era terminato.

 

Passò parecchio tempo prima che ritornassi all’albergo. L’insonnia continuava a martoriarmi, non era certo questione di rimorsi quanto di abitudini; comunque sia, era utile a lasciarmi lontano dal luogo del delitto per un po’. Non avevo idea di quanto tempo ci sarebbe voluto prima che lo trovassero; il volo per l’Ecuador sarebbe partito tre giorni dopo, via Amsterdam. Sempre che gli olandesi lo avessero lasciato passare. Eba lo aveva attirato facilmente, il ragazzo si sentiva grande come una rockstar e non si era insospettito. Non le avevo detto come lo avrei eliminato, si immaginava una pistola, forse un accoltellamento; non pensava certo a come avevamo gestito David Kelly (1), morto per una partita di sonniferi speciali, caso archiviato come suicidio. Eba si era fidata di me e della cocaina che le avevo dato da sniffare con lui – di solito le mie partite erano buone e pulite. E’ il trucco del buon baro: giocare pulito novantanove volte su cento, costruirsi una reputazione immacolata. Quella volta su cento in cui si bara, da scegliere con cristallina consapevolezza della sua importanza, non si verrà mai scoperti. Il sole di Reykjavik era incerto anche in estate, anche quando durava tutto il giorno, illuminava l’unica lacrima immobile all’angolo del mio viso, mentre due piani più sopra gli occhi chiari di Eba, spalancati, chiedevano un conto alla mia coscienza che, un’altra volta ancora, avrei trovato come pagare.

 

NOTE:
(1) David Kelly era un esperto di armi britannico che aveva rivelato come la falsa notizia di un arsenale batteriologico fra le armi di Saddam fosse stata inclusa nei rapporti del governo britannico che giustificavano l’entrata in guerra contro Saddam Hussein. Quando il governo britannico scoprì che era lui la fonte della rivelazione, lo mise sotto inchiesta. Due giorni dopo, Kelly fu ritrovato morto in un bosco il 17 luglio 2003. Causa di morte fu considerata il suicidio, a causa di un taglio sul polso e la presenza nel sangue di sonniferi, nonostante il fatto che il taglio fosse troppo piccolo per essere fatale, e la dose di sonniferi circa un terzo di quella letale. Le obiezioni a riguardo furono tacitate dall’affermazione dei patologi che Kelly soffriva, senza saperlo, di una cardiopatia rara che, guarda caso, combaciava perfettamente con il fatto che i danni che si era inflitto risultassero letali comunque. Nel 2007 si scoprì anche che sul coltello usato, il pacchetto di pillole ritrovato sul luogo del delitto, e sul suo telefono cellulare trovato presso il cadavere, non vi era alcuna impronta digitale.

 

About Volpe

La Volpe è nata nel 1980 a Roma, ma ha fatto il liceo classico e si è laureata in Fisica a Modena. Respinto dalla Norvegia dopo quattro anni per un fallito test antirabbia, il suo stato mentale è degenerato al livello "credersi il Presidente della Repubblica". E' un animale selvatico, agnostico, romanista e di inclinazioni socialiste; adora le glaucopidi, non crede in nulla, ma, contro ogni esperienza e ogni buon senso, ripone una fiducia sconfinata nell'Amore.