Trashabile – bruciando cristi morti

“Noi dobbiamo riconoscere che la criminalità è dovuta anche alla libertà di stampa e informazione.” (“Vogliamo i colonnelli”, 1973)   In tutto questo clamore, accendo con noncuranza la sigaretta alla […]

“Noi dobbiamo riconoscere che la criminalità è dovuta anche alla libertà di stampa e informazione.”

(“Vogliamo i colonnelli”, 1973)

 

In tutto questo clamore, accendo con noncuranza la sigaretta alla Goicoechea, stolidamente convinta che tutto questo non abbia senso. Le sorrido amabilmente, sfiorando con l’indice la ruota zigrinata del mio accendino di plastica. “Lo sai”, le dico, “l’accendino fu inventato quattro anni prima del fiammifero.” “Anche l’aborto è stato inventato prima del preservativo”, aggiunge il mio collega, pochi passi più in là.

L’ambasciata statunitense è sotto assedio, la chiesa dell’Immacolata Concezione ha tutti i vetri rotti. Un operatore americano filma goloso il gruppetto di arabi che lancia mattoni e pietre contro le finestre, mentre dall’interno si sentono le urla terrorizzate di donne e bambini e l’imprecare incomprensibile degli uomini. In quattro torniamo sulla jeep e ce la filiamo fino all’hotel, un quattro stelle risalente all’epoca coloniale nel quale ci si sente come in un vecchio romanzo mediorientale della Christie, ci sono anche i cadaveri e, in un improvvisato Cluedo, si prova a ricostruire la dinamica dei fatti e dei colpevoli raccogliendo le prove e gli indizi sul tappeto virtuale dei nostri portatili. William Shamrock, un irlandese dalla barba sfatta e dagli occhi blu, aspira il fumo della pipa e mi batte una pacca sulla spalla; è l’unico che non ha il computer aperto davanti a sé, e sorridendo mi dice: “Non è assurdo che siamo appena rientrati dal luogo degli scontri e cerchiamo di capire cosa succede da internet?” Mi accena con un occhiolino alla massa di giornalisti, turisti e imprenditori che riempiono l’Hotel “Risorgimento” di Bengasi. Bicchieri colmi di gin & lemon, long island per le signore, e un chiacchiericcio indistinto: sulla responsabilità dell’arte, sul valore del provocatorio film copto accusato di essere il fomite delle violenze. Descrive i musulmani come dei teppistelli violenti e masochisti innamorati di un profeta misogino e pedofilo – e il modo migliore per smentirlo non mi pare assaltare le ambasciate di mezzo Medio Oriente. L’albergatore, che parla un buon italiano, mi confessa sogghignando di essere un tifoso dell’Inter – Gheddafi era un azionista della Juventus. Ogni tanto squilla un telefonino e ci si passano informazioni sugli scontri; due giornalisti, tra cui Shamrock, fanno un altro giro, promettendo di aggiornare gli altri. Passa qualche minuto e siamo tutti sulla sua pagina facebook a commentargli le fotografie.

Nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola, il villaggio di Rociana del Condado fu occupato dalle truppe repubblicane. Gli abitanti infuriati per la ribellione militare fascionazionalista assaltarono la chiesa, e furono membri del partito socialista a mettere in salvo il prete, ospitandolo nel municipio. Quando i nazionalisti riconquistarono il villaggio, il prete parlò dal balcone di quell’edificio inneggiando alla violenza e all’uccisione di tutti i repubblicani («Ustedes creerán que por mí calidad de sacerdote voy a decir palabras de perdón y arrepentimiento. Pues NO: ¡Guerra contra ellos hasta que no quede ni la última raíz!»). Nella Spagna franchista, dopo la fine della guerra civile, vi furono almeno 50’000 morti, molti senza processo, senza funerale, desaparecidos. Gli stati occidentali non se ne preoccuparono gran che. Men che meno gli Stati Uniti. Quando, il 23 febbraio 1981, un gruppo di militari, che disprezzavano il nuovo sistema democratico introdotto dopo la morte di Franco, tentò un colpo di stato, l’amministrazione Reagan (ancora oggi idolo di libertari e liberali) dichiarò che la questione del sistema di autogoverno spagnolo era un problema puramente locale, e che gli USA non sarebbero intervenuti. Almeno, non più di quanto non avessero già fatto l’anno prima incontrando una delegazione dei futuri golpisti. Sappiamo tutti dei crimini di Hitler, del comunismo, di Israele e dei terroristi islamici, ma non sarebbe male ricordare i livelli di mostruosità che abbiamo albergato presso di noi, in stanze confortevoli e pulite; a cui abbiamo concesso ogni comfort. C’è un Abele e un Caino in ogni cultura, in ogni etnia; un compromesso con la mafia o col fascismo in ogni liberale; una strage di innocenti in ogni partito di sinistra, nel dna di ogni umanitario.

“Bersani che accusa di fascismo chi gli dà dello zombie politico è come Hillary Clinton che accusa il realizzatore del video di avere provocato le violenze. Ma il video è solo un pretesto… Se gli arabi non pensassero che gli USA sono il Male, secondo voi avrebbero assaltato l’ambasciata per un filmato sul tubo? Avrebbero criticato l’intera Danimarca per una vignetta su Maometto? Sono stufo di sentire che si tratta di una rivolta contro una merda di film: è ovvio che la questione riguarda tutto l’occidente in quanto tale. E a ogni provocazione si reagisce, come in una faida, con un delitto proporzionale all’insulto. Se pensate che questo sia il primo o l’ultimo, stiamo freschi.”
“Allora pensiamolo, c’è un caldo stasera…”

Il giornalista norvegese del Bare Kjedsomhet strappa risate che pongono fine al mio ennesimo sproloquio. Il clima del gruppo è allegro, con tutto l’alcool che gli scorre nelle vene, la giornalista spagnola dal cognome basco è ormai mezza sprofondata nelle braccia poderose del cameraman americano. Giocava a football prima di sfondarsi un timpano in un incidente stradale. Ora accompagna i corrispondenti di guerra, “tanto sento solo la metà del casino che fanno le bombe”. Adesso però porta un apparecchio acustico, perché anche a lui pesa l’handicap nella vita di tutti i giorni. “Lo porterà anche quando scopa?”, mi chiede Shamrock.

Man mano che passano le ore c’è sempre più silenzio nelle strade e nella hall. Molti sono in camera, e rimaniamo io, Shamrock e il mio collega, con una coca-cola, una pipa e una birra, a fissare le stelle dall’ingresso dell’albergo. Il cameraman americano arriva, in pantaloncini corti, infradito e sigaretta, e ci chiede se vogliamo accompagnarlo a fare un giro nella notte africana. “E la Goicoechea?” Sorride coi denti bianchissimi e tira fuori le chiavi della jeep senza rispondere.

Così questi quattro occidentali se ne vanno a filmare la chiesa presa a sassate, e a nessuno che venga in mente di parlare col Vicario Apostolico che è qui dal 1997, e qualcosa del mondo arabo dovrebbe capirla. Ma è tardi per intervistarlo, e poi che cosa può dire che non possiamo vedere coi nostri occhi? Un po’ di assi di legno coprono le finestre rotte, qualche poliziotto presidia l’ingresso, ma sono distratti, ridacchiano fra loro, ci scrutano con espressione sardonica. “Il giornalismo è una professione sempre più inconcludente, non solo ho la sensazione di non potere cambiare nulla, ho anche la sensazione di non essere nemmeno in grado di descrivere la realtà. Non interessa ai miei capi, non interessa ai miei lettori.” “Soprattutto, non interessa capire che cosa sia davvero successo, individuare il vero problema, mi pare.” “E quale sarebbe il vero problema?” “Qui si tratta della nostra libertà di opinione. Non solo ci sono continui attentati al diritto di manifestare, alle iniziative editoriali e informative non allineate, e censure che sono denunciate solo quando toccano i nostri amici…” “Sinistronzi che disegnano vignette anticlericali con bestemmie chiedono di non condannare le violenze islamiste perché tanto è sempre colpa di Israele.” “…ma si è fatta strada l’idea che ci si debba autocastrare, venire incontro alle voci che vogliono zittire, zittirci prima da soli, in nome del quieto vivere.” “Don Abbondio is the new Voltaire.” “Non c’è stato nessuno, né un politico né un giornalista, a dire una cosa semplice: che la libertà di esprimerci è il nostro bene più prezioso. Non può esserci abuso nel concepire un’idea, e vogliono toglierci anche quello, farci vergognare anche di pensare.”

Eppure è quello il luogo su cui si vuole operare il controllo. La censura preventiva, la responsabilità della vittima per gli atti del carnefice. Noi, fautori del libero arbitrio, abusati e stuprati da criminali con il marchio degli ultras politici e religiosi, additati come responsabili per il nostro modo di vestire il pensiero.

About Volpe

La Volpe è nata nel 1980 a Roma, ma ha fatto il liceo classico e si è laureata in Fisica a Modena. Respinto dalla Norvegia dopo quattro anni per un fallito test antirabbia, il suo stato mentale è degenerato al livello "credersi il Presidente della Repubblica". E' un animale selvatico, agnostico, romanista e di inclinazioni socialiste; adora le glaucopidi, non crede in nulla, ma, contro ogni esperienza e ogni buon senso, ripone una fiducia sconfinata nell'Amore.