Governo 5 stelle – Episodio II – “Ognuno conta uno, ma Uno conta più di tutti”

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Giacomo è un ingegnere pugliese di 27 anni che fissa il computer ansioso, ma non sta aspettando il risultato di una simulazione o un’elaborazione in 3D che il processore grafico fatica a digerire. Giacomo aspetta un semplice post.
Come lui altre centinaia di parlamentari in pectore attendono una comunicazione, un suggerimento su come comportarsi e cosa dire ora che i risultati sono ormai definitivi e i telefoni non smettono di squillare da ore.
Giacomo borbotta che sono cose che possono succedere quando non si ha un leader di partito, qualcuno che ti dice cosa fare, ma solo un “megafono” del movimento.
Giacomo capisce di aver usato l’esempio sbagliato, ma non è il momento di sottilizzare.

 

Sul lungomare di Viareggio passeggia intanto Maurizio, 38 anni, geometra. È capolista in Toscana alla Camera dei Deputati, e lo deve in parte al suo apprezzatissimo videomessaggio di candidatura, e in parte al gradimento che si è meritato guidando la sua precedente lista civica come sindaco di un piccolo comune toscano.
Date le regole del non-statuto sul massimo di un mandato svolto in precedenza, e la scelta di coerenza di non abbandonare mandati in corso, ciò basta a fare di lui uno dei più esperti tra i 501 “dipendenti” che a breve sarebbero andati a rappresentare il MoVimento tra Camera e Senato.
Maurizio riaprì il browser del telefonino e i suoi occhi si illuminarono: il post era finalmente arrivato.

 

Loredana finì di leggere, e con le idee chiare rimise la suoneria al telefonino. Aveva ventisei chiamate perse, quasi tutte da due numeri sconosciuti.
Aspettò pazientemente, fin quando pochi minuti dopo uno dei due non la richiamò. Loredana si schiarì la voce, fece un bel respiro e rispose.
«Chi? …no, zia, non sapevo che avessi cambiato numero. Come? Sì sì grazie grazie, mi toccherà cercar casa a Roma adesso. Scusa ma ora ti devo lasciare che sto aspettando una chiamata urgente.»
Dopo un paio d’ore richiamò anche il secondo numero. Stavolta si sentiva già sicura.
«Sì, sono io. La Stampa? Certo certo mi dica… Certo, sono molto orgoglio… No, purtroppo non so ancora da che lato dell’aula ci siederemo. Comunque… no, certo, si figuri. Arrivederci.»

Continua mercoledì… 

About J.Grass

Bambino prodigio: a 5 anni scrive già su Repubblica, il Messaggero, Topolino e qualsiasi cosa trovi a portata di pennarello, per la disperazione di sua madre che lo affida infine ad una scuola di suore. Solo anni dopo riuscirà a metabolizzare i traumi subiti: era l’unico bambino a non ricevere attenzioni “particolari”. A 8 anni fugge dall’Italia per darsi al giornalismo d’inchiesta: passa 18 mesi tra diverse Favelas brasiliane come uno dei tanti Meninos de Rua, scrivendo un reportage sulla loro condizione, prima di venire smascherato durante un provino per l’Inter. Scappa e riesce per un po’ a far perdere le sue tracce. Passa gli anni seguenti a contrabbandare sorprese della kinder ingerendo gli ovuli e  riuscendo così a superare i severissimi controlli doganali; fin quando non ha la pessima idea di mangiare tutto il cioccolato durante il volo, insospettendo l’equipaggio che avverte la polizia italiana. All’arrivo viene fermato e accusato di spaccio internazionale di Leo Venturas dipinti a mano, cavandosela con un paio di mesi di servizio sociale in una biblioteca. È qui che si avvicina agli scritti di Esopo e di Gianni Rodari, e a queste comuni passioni deve la sua grande amicizia con Roberto Fiore, finita bruscamente durante una manifestazione: “cosa ce ne facciamo di uno che non sa nemmeno usare un accendino e roteare una catena!?” Fiore la prenderà male e abbandonerà il gruppo, mentre il Nostro dopo aver tentato di infiltrarsi nella curva del Livorno verrà arrestato e poi condannato da una toga rossa. Esce nel 2009 per effetto dell’indulto.