La riabilitazione della settimana: Patrizia D’Addario

Un eroe, o nel nostro caso un’eroina, non si ferma, per far trionfare la verità, di fronte al più oscuro e tenebroso dei luoghi, non arretra di fronte al compito […]

Un eroe, o nel nostro caso un’eroina, non si ferma, per far trionfare la verità, di fronte al più oscuro e tenebroso dei luoghi, non arretra di fronte al compito più arduo, non teme il nemico più viscido e insidioso. Patrizia D’Addario, per dire, ha da poco rilasciato un’intervista a Libero. Un’intervista che merita una citazione letterale almeno di qualche riga:

Patrizia D’Addario di nuovo a Palazzo Grazioli. Stavolta col registratore spento. E il vestito casto. Da Bari a Roma senza autista, né biglietto prepagato.  Vuole chiedere udienza al Presidente, la escort barese che a sorpresa (adesso) nega di essere mai stata tale. Minaccia di mettersi in catene e di digiunare fino a quando Silvio Berlusconi non l’ascolterà.

Cos’avrà mai da riferire al premier, la signora D’Addario? Intende raccontargli la «verità». Quale? Quella del «complotto», ordito alle spalle di lei, «allo scopo di danneggiarlo».

Sentiamo il dovere di avvertire il Cavaliere della visita imminente.

Si tratta, come si vede, di un’intervista satirica di indubbio livello (ma d’altra parte i giornalisti di Libero sono di indubbio livello). Un’intervista nella quale la povera Patrizia dichiara di essere stata costretta a prostituirsi dal suo ex-fidanzato ma di non essersi mai prostituita, racconta che un mai identificato carabiniere (forse lo stesso mai identificato attentatore di Belpietro?) è entrato in casa sua per rubarle le registrazioni degli amplessi con Berlusconi. Racconta di non essere una escort, ma che le hanno decurtato mille euro di paga per non essersi fermata a dormire da Berlusconi. Racconta, dopo averci girato intorno come solo Cristoforo Colombo aveva pensato di fare prima di lei, che lei registra sempre tutto quello che le succede. Poi però, chissà perché, se lo tiene in casa. Così adesso non ci dobbiamo preoccupare solo dell’archivio segreto Andreotti, ma anche di quello D’Addario.

Non racconta, e nessuno – chissà perché – le chiede, i motivi che l’hanno indotta a non cancellare le famose registrazioni in questione, lei così spaventata al pensiero di avere quelle registrazioni in casa, lei che aveva subito violenze in casa propria a causa di quelle registrazioni, lei che piangeva al pensiero che quelle registrazioni potessero essere usate contro Berlusconi. D’altra parte posso capirla: io avevo una paura matta che i miei genitori o i miei amici trovassero le mie riviste porno. Piangevo al pensiero che qualcuno potesse sapere che mi piacevano le donne nude. Ma non le buttavo. Se non quando non riuscivo più a scollare una pagina dall’altra.

Lei non le ha buttate: si vede che ancora le usava. Le ha nascoste sotto il letto, pregando di potersene dimenticare. Poi, però, le ha pubblicate, le ha date in pasto a giornali e magistratura. Ma, giura, non voleva danneggiare il Presidente. Voleva fargli un favore: perché poi, dopo essersi presa un po’ di insulti ed essere caduta nel dimenticatoio, magari scalzata da qualche ragazzina un po’ più sveglia e fresca di lei, avrebbe rivelato di essere sempre stata dalla parte di Berlusconi. Ma mai puttana. E questa, signora D’Addario, è una caduta di stile, e non potrà mai giovare né a lei né al Cavaliere. Si guardi un porno e scoprirà cosa sogna un uomo: una troia che si converte all’amore solo grazie al suo cazzo. E lei vorrebbe privare proprio Silvio di questa gioia? Un piccolo passo in più, Patrizia: la rivelazione che incenserebbe il premier non è dire che lei non era una puttana e quindi lui non poteva pensare che lo fosse (anche perché poteva eccome). Dica piuttosto che, benché puttana, quando ha detto a Silvio che è stato come la prima volta lo pensava davvero.

A nessuno serve Patrizia D’Addario in catene davanti a palazzo Grazioli. Dentro, d’altra parte…

 

About Vladimir Stepanovič Bakunin

Dopo una tranquilla infanzia a Dachau, in Baviera, Vladimir Stepanovič balza agli onori della cronaca quando viene accusato di essere il famigerato Mostro di Firenze. Il processo è interrotto dalla sua morte per infarto. Suo figlio, Stepan Vladimirovič, ne onora la memoria assumendone il nome e scrivendo satira incestuosa sul Bile, graffiti sui muri e poesie sulle belle donne.