Settizia Pleonarchia emerge dalla terra come un blocco di pietre color grigio fumo nella luce avvolgente del meriggio inoltrato; il borbottio pleuritico dell’autobus della Transud si diffonde nell’atmosfera oziosa e umida che mi incolla la pelle alla camicia – non c’è rischio di incontrare mezzi dotati di aria condizionata da queste parti. I campi sono bruciati da un sole asfissiante, e due vecchi sdentati seduti sui sedili a fianco al mio confondono vocali aperte e chiuse mentre masticano commenti sui quarantasette giorni senza pioggia che tormentano la campagna assolata, come io tormento con l’indice il bordo interno di una lattina vuota. Sul pavimento dell’autobus, alcune cartacce unte segnalano i posti che occupavano una giovane madre precocemente ingrassata e due figli dall’aria pitecantropica. “Tutti suo padre”, gorgogliava tra una caramella e una merendina la madre biondastra, esibendo Luigi e Domenico a una malcapitata studentessa universitaria costretta suo malgrado a passare il ferragosto coi genitori. Tutti e quattro sono scesi qualche fermata fa, a Plezurio sul Tornone, un torrente così asciutto che, nei cinque minuti di sosta sul ponte di Masserta che sono serviti al cambio di conducente al turno delle 16, ci si riuscivano a contare le costole di un cadavere di volpe spolpato dai corvi e dai gabbiani in fuga dal mar Ionio.
Non c’è suono di mandolini o profumo di passata di pomodoro fatta in casa, a Settizia. Ottocento chilometri di luoghi comuni sul sud vengono spazzati via in un istante, anche se si può restare ingannati nel vedere della città solo i muri senza intonaco che rivendicano la nudità dei propri mattoni, le case abusive e quelle che rimarranno per sempre incompiute per la morte dei loro proprietari-costruttori, come quella di Totò “Prugnaspecci”, che nel dialetto setticese significa “bagnaspecchi”, un piccolo ras locale della ‘ndrangheta, ucciso da Marcello “Fracisecco”, del vicino paese di Benservata, per vendicare l’onore di sua sorella Achiropita, violentata a diciassette anni, rapita dagli uomini di Prugnaspecci all’uscita di scuola. Fracisecco, poi, morì nel carcere di Ascoli Piceno, ucciso durante una rissa nel cortile del carcere, provocata a bella posta, come è usanza, dopo una lunga catena i cui anelli sono microcosche criminali che si debbono favori reciproci o hanno legami di sangue.
Settizia Pleonarchia ricorda, più di ogni cosa, intonaco sbrecciato; e odora di sale e di catrame. Quello che colpisce di più è la profonda bruttezza della sua piazza centrale. Se non bastano le periferie cementificate del nord Italia o le cattedrali nel deserto che si ergono in mezzo meridione, la piazza di Settizia può agire da colpo di grazia per chi già dubiti del fatto che l’Italia sia un Bel Paese. Nella piazza ci sono tre bar, una sala scommesse, due operatori di telefonia, oltre alla chiesa e al municipio, che però non viene usato: il terremoto del 1998 ha lasciato tracce, i locali non sono mai stati dichiarati agibili e le riunioni del consiglio comunale si svolgono in casa del sindaco, Clemente Morabito, UDC, che era in carica allora e lo è stato fino a oggi, a esclusione di una breve parentesi in cui ha governato la DS Scalise in una coalizione di centrosinistra, prima di essere sfiduciata dal neonato PD, ansioso di provare in questo angolo di meridione una delle prime diarchie di governo Bersani-Casini.
Il narratore e viaggiatore è tentato di abbandonare il compito di descrivere Settizia, per evitare che le facce dei vecchi, la cadenza del dialetto e lo stato delle strade confermino all’occhio superficiale il pregiudizio sul meridione lento e letargico, come quello che emerge dai filmati d’archivio di Africo nel 1974 saccheggiati da Lucarelli per Blu Notte; mentre assai più interessante, in questo senso, è come tutto quello che nello stereotipo appare come l’afflato vitale del sud, il suo contributo al colore e all’entusiasmo del carattere italico, sia fragorosamente assente. Non ci sono odori di cibo o festoni in piazza per ferragosto; non ci sono sagre del pesto rosso, del peperoncino di Margutta, dell’olio; non ci sono concerti di qualche superstite degli anni sessanta nel campo dell’oratorio; non ci sono chitarre e mandolini; ma neanche il segnale ultimo di una ineludibile povertà. Per la pummarola e le sparatorie fra scugnizzi forse toccherebbe rivolgersi, come fantasia, alla Campania. Nella piazza centrale, intitolata a Giuseppe Mazzini, un gruppo di motorini in un angolo è attorniato da ragazzini abbronzati e ragazzine con le unghie curatissime, acne e sigarette in bocca nonostante le statistiche diano i fumatori in diminuzione, senza pensare che le statistiche intervistano quarantenni politically correct che inseguono la virtù rinunciando alle Marlboro in favore di cocaina e cialis – un target culturale decisamente più adatto alla loro età e alle loro inclinazioni.
A tante persone il Sud appare quello di quarant’anni fa; ma non c’è limite al senso di abbandono che può colpire le popolazioni che inseguono i loro sogni in questo deserto della ragione che si chiama Italia, Europa, Occidente, a tenere il fortino lì dove le distanze e la solitudine ancora ci possono ricordare di essere in trincea, sebbene ormai si sia in trincea ovunque. Duecento anni fa Settizia aveva un sistema di irrigazione dei campi, fortemente voluto dal marchese Caracciolo, un museo delle antichità bizantine della regione ospitato nella antica torre di guardia, ormai crollata, che sorgeva su una collina appena fuori del paese, e un seminario in cui si teneva il ginnasio per i figli dei più abbienti – ma anche, in base a un intelligente meccanismo coordinato dai domenicani della vicina San Raimondo, ai figli più promettenti dei parrocchiani di tutto il Massertese. Oggi, a Settizia non c’è una scuola superiore, e, se non si vuole frequentare un istituto alberghiero a Passata Jonica, per fare un liceo o un istituto tecnico si devono percorrere 55 chilometri di autobus per raggiungere il capoluogo di provincia.
Metà dei setticesi vivono fuori dalla regione. Ai cinquemila abitanti del comune si devono aggiungere altri cinquemila emigrati in Emilia, portatori sani o malati di criminalità organizzata nelle città e nei paesi del parmense e del reggiano. A Settizia ci sono in media tre omicidi l’anno, e solo due, rivendica con orgoglio il sindaco Morabito, sono opera delle cosche, al contrario di quanto avviene a Masserta, dove, con poco meno di diecimila abitanti, vi sono quindici/venti omicidi l’anno – tutti a causa della ormai decennale faida fra i De Castro e i Poliuretano, cosche i cui confini corrono lungo il fiume Tornone, facendo così emergere Masserta nelle statistiche regionali. “Ma qui da noi di criminalità ce n’è poca. Non c’è niente da fare qui, neanche per i criminali”, ride il sindaco, settant’anni portati con disinvoltura, un papillon unico vezzo, che ricorda il premier belga Elio Di Rupo, per il resto una camicia con le bretelle e un paio di pantaloni grigio chiaro, mocassini marroncini e baffi da secolo decimonono.
Nella mansarda di una vecchia casa del centro di Settizia incontro Patrizia Tripodi, una quarantunenne che ha studiato a Milano e poi è tornata con una laurea in scienze agrarie, e ora gestisce una piccola ditta che unisce i poderi di quattro famiglie. Dopo avermi mostrato le solite fotografie di paese, dei nonni al lavoro nei campi e della torre bizantina prima che crollasse, Patrizia mi porta in piazza all’ora dell’happy hour, e mi indica i giovani sui motorini che avevo adocchiato la sera prima: “Il Sud non esiste più, c’è solo nella testa degli imitatori di terza fila di Rino Gaetano”. E dei pubblicitari delle penne precotte che mostrano donne formose che scendono vestite di bianco da terrazze sul mare. “Oggi si potrebbe fare un copia incolla dei giovani di questa piazza e riportarli da qualsiasi altra parte d’Italia. D’altra parte quando studiavo a Milano anche i milanesi che conoscevo erano tutti terroni o mezzi terroni”, sorride. “Le persone che affondano il meridione non sono tanto quelli che rimangono quanto quelli che tornano. Lo stesso uomo che a Torino o a Bologna è un avvocato progressista che raccoglie la cacca del cane sui marciapiedi, a Settizia per farsi le vacanze butta le lattine di birra sul marciapiedi, perché tanto qui è tutto perduto e tutto senza speranze. Si tratta di persone che non sono neanche in sintonia con quello che è diventata la ‘ndrangheta oggi, che non hanno idea del volume di affari che fa in Lombardia o con le cooperative rosse in Emilia; e, con la stessa cecità, immaginano i paesi in cui tornano per ferragosto e Natale come erano quando sono partiti. Ma a parte i nomi delle vie c’è ben poco che corrisponda ai loro ricordi.” Per i figli degli emigranti è pure peggio, i casi più sconcertanti sono quelli che finiscono per accoppiarsi fra gli amichetti dell’estate conosciuti a quindici anni quando non avevano altro da fare se non pomiciarsi sulle panchine fra una melanzana ripiena e una pasta al forno a casa di nonna. “E quelli che hanno fatto esperienza fuori spesso quando tornano qui sono i più astenici di tutti. L’ho visto anche a Milano, fra quelli che andavano in Erasmus per spassarsela prima di ritornare all’ordine delle loro vite decise dal genitore con lo studio di dentista o avvocato. Per molti il viaggio non è apertura mentale, occasione di conoscenza e crescita, ma solo la festa, lo svago, l’oblio da sé. Sei mesi a Barcellona valgono come due settimane di villaggio vacanze a Sharm el Sheik o alle Maldive.”
Alfonso Tricò, barba scura, curatissima, e cranio completamente rasato, è un amico di Patrizia: si sono conosciuti al liceo classico di Ergusta. Laureatosi in lettere a Cosenza, viene tutti i giorni da Masserta per aprire una cartolibreria ereditata dalla mamma, che era di Settizia. Beve un bicchiere di vino mentre sgranocchia anacardi in un bar tappezzato di foto della nazionale del 2006, della Juventus campione e di Vincenzo Iaquinta. Annuisce alle parole di Patrizia e rincara la dose: “Le persone di tutta Italia sono sempre più uguali e omologate – e vivere a Milano, rispetto a vivere a Masserta, è diverso solo perché invece di diecimila anime ce ne sono dieci milioni, e quindi si ha l’illusione di fare qualcosa solo perché si cambia locale ogni sera e non guardi in faccia sempre la stessa gente, o perché c’è un posto dove bere il pastis, mentre qui devi farti 75 chilometri in macchina per trovare una libreria Mondadori.” Eppure, ribatto, mi pare che sia una differenza piuttosto significativa. “Sì, ma quello che le persone che arrivano da fuori non capiscono è che è tutto un problema di infrastrutture, naturalmente peggiorato dal sistema economico in vigore. Stare a Settizia non è diverso che stare sull’appennino modenese, o in Valtellina, con la differenza che lì le strutture vengono chiuse per risparmiare, condannando a morte i paesini con tutto il loro bagaglio di tradizioni e storia, mentre qui non ci sono mai state, se non forse prima dell’Unità d’Italia. Così lasciano tutto all’iniziativa individuale, che esiste pure qui, e noi ne siamo la prova. Ma l’iniziativa individuale non può bastare. Ci vogliono risorse. Ci vuole Stato.”
“Proprio come per la legalità”, aggiunge Patrizia. “Non si può aspettare che sia il singolo cittadino votato al martirio che prende la decisione di ergersi come rappresentante dello Stato, magari accusando qualcuno di omicidio, quando questo significa condannare se stessi e la propria famiglia alla fuga, alla protezione della polizia, alla paura per tutta la vita, e quasi sicuramente a morte, anche per le complicità di magistrati, forze dell’ordine e politici collusi alla criminalità. In paesi come questo si sa tutto e non si può dire niente. Uno Stato che volesse davvero sradicare il male, che fosse davvero in grado di proteggere i propri cittadini, che desse sicurezza, troverebbe migliaia di voci pronte a parlare.”
Il mattino successivo passo a salutare Alfonso prima di ripartire. Un gruppo di ragazzine sui quindici anni compra ognuna una copia dell’ultimo “Cinquanta sfumature di…”. “Almeno leggono qualcosa. L’abitudine alla lettura non può essere un male, e poi sono proprio uno sfruntunnazzu di pagine. Moltiplicato per tre libri.” Annuisco ed esco con un racconto che avrei sempre voluto leggere, “Bartleby lo scrivano”. Salgo sull’autobus, che arriva con una dozzina di minuti di ritardo, assieme alle stesse ragazzine di prima, con gli occhiali da sole di D&G e le borse per la spiaggia che odorano di crema solare e panini con la frittata. E’ ora di andare a scoprire il mare, e, si spera, di demolire qualche altro preconcetto.



Bellissimo, quantomeno leggendolo dalla provincia, in pianura padana. Come suona a chi vive altrove?
Settizia merda!!1 Penuria Marina regna!
Non riesco a leggere con la giusta concentrazione frasi che hanno troppi aggettivi.
Credo sia colpa di twitter.