Trashabile Speciale Euro 2012: la partita d’apertura

L’aeroporto di Varsavia è completamente rinnovato, mi dice il mio vicino di posto in un italiano stentato. Nonostante i pregiudizi sulla capacità linguistica degli slavi, l’unico stereotipo che Pawel mi...

L’aeroporto di Varsavia è completamente rinnovato, mi dice il mio vicino di posto in un italiano stentato. Nonostante i pregiudizi sulla capacità linguistica degli slavi, l’unico stereotipo che Pawel mi conferma è quello sulla loro predisposizione all’alcool e ai cognomi impronunciabili. Dopo essersi scolato un trentaduesimo di un pessimo stipendio italiano sulla rotta verso il suo paese natale, ammicca con occhi offuscati e mi consiglia di andare a vedere la Piazza degli Elefanti, la più bella piazza della Polonia.

Verso le tre del pomeriggio riesco a sistemare i miei bagagli in una piccola pensione vicino alla stazione, con vista privilegiata sul Palazzo della Cultura e della Scienza: un capolavoro real-socialista che wikipedia sostiene abbia 42 piani e sia alto 231 metri, e che rischiò di essere l’ennesimo testimone della follia umana quando, nel 1989, alla caduta del regime comunista, si pensò di distruggerlo.

Nonostante cartelli e striscioni annuncino dappertutto l’inizio degli Europei, non ho voglia di cominciare il mio lavoro di reportage. Guardo distrattamente la strada dalla mia finestra al secondo piano, masticando kourzsolty salati e sorseggiando sagu, una sorta di tè innaffiato di vodka al limone. Quando alla fine, ricordando gli ammonimenti del mio caporedattore, decido di avviarmi stancamente verso lo stadio per assistere alla cerimonia di apertura, vedo volti lombrosiani che mi spiegano perché i tedeschi dovettero avere pensato ai polacchi come a un popolo inferiore. Un gruppo di neonazisti biondi dagli occhi acquosi mi scruta con sospetto, sigarette accese all’angolo della bocca e anfibi di pelle nera con l’aquila bianca che Lech vide prima di fondare Gniezno. Nei prossimi giorni conto di avere qualche contatto con i nazistoidi tifosi del Legia, anticomunisti e simpatizzanti juventini.

La cerimonia, devo dire, colpisce l’immaginazione. E’ tutta modellata sulle cinque grandi figure della storia polacca moderna: Copernico, Chopin, Marie Curie, Papa Wojtyla e Roman Liebling. Quest’ultimo non gode però del favore del pubblico: tra l’evidente imbarazzo di un Platini dai modi sempre più democristiani, il regista Polanski, l’unico presente di persona (e presumibilmente l’unico non morto), evoca gli ululati selvaggi del tifo polacco; compare perfino uno striscione contro di lui e contro il presidente Donald Tusk, fatto prontamente rimuovere dagli efficientissimi steward uefa con l’aiuto di poliziotti dal manganello facile. Questo non impedisce a una parte dello stadio di gridare a un Polanski in lacrime “due volte morto! due volte morto!”, riferimento dei neonazisti alla duplice vergogna portata dall’inquieto e inquietante regista: di padre ebreo e di madre russa. Certo, vedendo quei volti rossi e tumefatti di pelati tatuati, si capisce come abbia fatto a scrivere e dirigere film come “l’inquilino del terzo piano”.

Comunque nessuno ne parlerà, mentre tutti parleranno della favolosa partita di apertura, Polonia-Grecia, un divertente 1-1 che testimonia in parte della pochezza del calcio attuale ma che tutto sommato si fa preferire alla declinante aerofagia da risultato che sta pervadendo l’Europa occidentale e ha portato sul trono della Coppa Campioni il Chelsea e nell’immaginazione popolare il Barcellona, una squadra che si fa notare soprattutto per il fatto di avere 18 giocatori in rosa che non sanno tirare in porta. Greci e polacchi se le danno, sportivamente, di santa ragione, e ci divertono pure nella loro pochezza: il più imbarazzante è certamente il greco Samaras (Celtic Glasgow), che passa il pallone agli avversari, tira fuori dallo stadio da 40 metri e svirgola ogni pallone che tocca. Meglio il polacco Lewandowski (Borussia Dortmund), che segna l’1-0 di testa in un primo tempo dominato dai polacchi, e concluso con la ridicola espulsione di Papasthatopoulos per doppia ammonizione e un fallo visto solo dall’arbitro (e dai tifosi polacchi).

La Grecia dovrebbe essere a terra (ed evitiamo le battute sui suoi problemi finanziari del paese), ma arriva invece nel secondo tempo rinfrancata, col senso di non avere nulla da perdere e con Salpigidis (Paok Salonicco) attaccante scatenato nel perforare in velocità la granitica difesa polacca, sempre in ritardo nell’applicazione del fuorigioco. Salpigidis prima pareggia appoggiando a porta vuota dopo un errore madornale della difesa, e poi su un secondo cross fa espellere il portiere, consegnando al vecchio Karagounis il rigore del possibile 2-1, che sparerà addosso al neoentrato portiere di riserva.

Il portiere Tyton, l’eroe della serata, ha una capigliatura che pare modellata nientemeno che su quella di Heydrich, cosa che non mancherà di evocare piacevoli ricordi ai czechi il 16 giugno a Breslavia, città peraltro un tempo tedesca. La quantità di storia che si respira in questa antica terra, tra le più tormentate d’Europa, si mescola all’effluvio di alcool che emana dal sudore dei corpi delle persone che si ubriacano fraternamente al termine della partita, ignorando il divieto di bere nei pressi dello stadio. Per Polonia-Russia, l’atmosfera si aspetta ben più tesa. Io torno all’albergo per guardarmi la partita delle 20.45 e trovare qualcosa da mangiare.

Volpe

About Volpe

La Volpe è nata nel 1980 a Roma, ma ha fatto il liceo classico e si è laureata in Fisica a Modena. Respinto dalla Norvegia dopo quattro anni per un fallito test antirabbia, il suo stato mentale è degenerato al livello “credersi il Presidente della Repubblica”. E’ un animale selvatico, agnostico, romanista e di inclinazioni socialiste; adora le glaucopidi, non crede in nulla, ma, contro ogni esperienza e ogni buon senso, ripone una fiducia sconfinata nell’Amore.