Recensione di Cosmopolis.
Attenzione agli spoiler.
La leggenda vuole che alle lezioni all’università di Friburgo tenute da Martin Heidegger presenziasse spesso un uomo di formazione modesta, che nulla aveva a che fare con l’ambiente accademico. Amava ascoltare per ore le lezioni dell’astro nascente della filosofia germanica e alla fine di fronte alla complessità dell’eloquio del filosofo, pieno di rubizzo e genuino entusiasmo da tedesco del sud sentenziava “Non ci ho capito niente. Questa si che è grande filosofia!”.
Chissà forse un simile effetto era lo scopo di Cronenberg nel ricavare dall’omonimo libro di Don DeLillo il film “Cosmopolis”. Purtroppo per il regista canadese l’operazione non riesce: gli spettatori non sono contadini scopa-pecore del Badenwuttemberg . O almeno non tutti¹. E soprattutto Don Delillo non è non dico Heidegger ma manco il cugino scemo di Kierkegaard. In quest’accozzaglia di luoghi comuni pseudointellettuali presentata in pompa magna a Cannes e che secondo alcuni critici sarebbe una tagliente analisi del capitalismo, un Robert Pattinson espressivo come Stefano Accorsi in Romanzo Criminale interpreta un giovane miliardario che attraversa la città bloccata dal traffico per andare farsi dare una sistemata ai capelli. Scelta narrativa che indica sin dall’inizio come De Lillo voglia parlare di turbo capitalismo alludendo sottilmente a due grandi classici del pensiero politico contemporaneo: “Willy il principe di Bel air” e “Il principe cerca moglie”.
La trama insomma è delle più forti: un giovane Rockfeller padrone di una parte inquietante del pianeta si sobbarca un giorno di viaggio in una limousine i cui interni sembrano disegnati da Lele Mora sotto Lexotan per raggiungere un vecchiaccio che usa le forbici con la leggiadria di un piallatore ubriaco.
Nel mentre succede un po’ di tutto e benché Pattinson sia più ricco e spregiudicato di un cassiere di un partito politico italiano non riesce a fare niente di meglio che scoparsi una milf come Juliette Binoche e una specie di trans afroamericano che gli fa da guardia del corpo. Chi hai denti non ha il pane chi ha il pane non ha i denti come diceva sempre mio zio prima di andare nella zona della tangenziale dove battevano le prostitute più economiche, quelle che avevano solo “tracce di vagina”.
In compenso il protagonista è sposato con Sarah Gadon, attrice con lo stesso smodato potenziale sessuale che aveva Scarlett Johansson prima che le pagassero il cachet di “The avengers” in barattoli di Nutella². Il problema è che la ragazza non gliela smolla e il nostro mai domo reagisce con abili circonlocuzioni retoriche che tentano d’instillare sottilmente il fuoco della passione nella consorte, stiamo parlando di dialoghi pronti per le antologie di poesia del XXI secolo, versi indimenticabili come:
“Hai le tette di tua madre”
“Come?”
“Sode”
Scambio che rimane comunque l’apice della speculazione filosofica del film. Il resto è un’accrocchio d’idee vaghe e slegate fra di loro, proposte in una sequenza talmente casuale che a confronto la trama di puntata di Family guy è un capolavoro di coerenza narrativa. L’apice del film è il momento in cui un medico con le sembianze di Giovanardi fa un esame della prostata al miliardario mentre questi sta parlando con una consulente sovrappeso e sudaticcia. Mentre il sosia di Giovanardi infila nel culo del protagonista il braccio fino al gomito apparentemente senza le creme necessarie, con invidiabile lucidità il regista ci mostra l’eccitamento della consulente di fronte a quella sodomizzazione creativa.
D’altro canto quale donna sana di mente non si ecciterebbe di fronte a un aitante miliardario ventottenne fistato da Giovanardi?
Segue incontro, d’obbligo per essere veramente à la page, con il nero cool, in questo caso l’amico di un gangsta rapper salutista e islamico appena morto, famoso e molto stimato dal protagonista per le sue generiche canzoni di autoaffermazioni in un mondo difficile, esattamente come gli altri 2milioni 678mila rapper del pianeta.
Pattinson prima di arrivare dal suo barbiere farà ancora in tempo a perdere buona parte del suo patrimonio scommettendo contro lo Yuan e sproloquiare con la sua “consulente teorica” che ovviamente è un’altra cicciona affinché non vi venga voglia di distrarvi da tutte quelle cazzate guardandole le tette. Infine abbatte senza motivo apparente il capo della sicurezza con un colpo di pistola sotto la mandibola, estremo escamotage per ridurre il volume del russare nella platea.
Finalmente giunti a notte fonda alla bottega del barbiere, che ovviamente è ancora li perché tutti i barbieri del mondo immaginario di Cronenberg/DeLillo vivono nel proprio negozio, assistiamo a uno scambio di opinioni fra sordi che intercorre tra il barbiere e l’autista della limousine, al cui confronto un dialogo fra moglie e marito sposati da 30 anni è un capolavoro di ascolto e comprensione reciproca.
Scopriamo così che per qualche oscuro motivo, il padre miliardario del protagonista era un grandissimo amico del barbiere del ghetto, che però un tempo passava quasi tutta la vita a guidare un taxi, mezzo nei confronti del quale ha tuttora una sorta di pulsione sessuale malcelata. Wow. Il presupposto momento topico del film si rivela talmente mal scritto che si capisce quanto fosse necessario abbattere il capo-gorilla al fine di creare speranza. Speranza che improvvisamente la testa possa saltare senza motivo anche a qualcun altro.
Alla fine proprio mentre anche lo spettatore più motivato incomincia a rinunciare a tenere il filo logico di tutte queste minchiate autoreferenziali, il protagonista si alza se ne va e il film finisce nell’unico posto dove poteva finire: in un vecchio deposito dove c’è un serial killer (Paul Giamatti) che vuole uccidere il miliardario. In sala si può chiaramente sentire il rumore delle palle degli spettatori che cadono a terra.
Diventa chiaro persino a quelli che durante il film hanno continuato a chattare con l’iphone con una compagna di classe minorenne della loro figlia che tutti i dialoghi precedenti erano solo pedante fuffa per cercare di dare un senso più alto a uno dei temi classici di tutta la narrativa americana per le masse. Sotto le mentite spoglie di un’analisi del capitalismo si cela cioè il rassicurante e assolutorio leitmotiv de “il male per il male” idea teorica che s’incarna tradizionalmente nella figura del serial killer. Segue sproloquio sull’armonia e sulla anomalia preso di peso da Matrix. Insomma la morale è “siamo cattivi perché siamo cattivi” e “il mondo è fatto così” e aggiungerei “Ci piace molto il suono delle nostre parole specie quando non significano niente”.
Probabilmente quando cresci nelle ordinate e pulitissime case a schiera dei sobborghi borghesi del mondo anglofono non riesci ad andare oltre alla polarità “sistematicità” vs “anomalia”, e accade che tutto ciò che c’è di complesso e difficilmente interpretabile nel mondo finisca per riassumersi nel simbolismo della “prostata asimmetrica” del protagonista di “Cosmopolis”, emblema dell’incomprensibilità del mondo secondo Cronenberg/ De Lillo e summa di rara efficacia per quello che a tutti gli effetti è un film del cazzo.
¹Come capire quali sono gli spettatori zoofili? Sono quelli che riaccendendo il telefono fuori dal cinema trovano dei belati nella segreteria telefonica.
²http://www.hollywoodgrind.com/scarlett-johansson-fat-in-a-bikini/



“riaccendendo il telefono” cosa? Non puoi tenerci sulle spine
Un ritorno alle origini, per David? E senza neppure i soldi dell’Istituto canadese per il cinema …
recensione scritta da qualcuno che sa tenere la penna in mano, ma è un film di rara bellezza (di questi tempi), perchè agisce coi simboli e non con la trama, evoca e non racconta. come la poesia (e come il cinema che fu, che non diceva mai troppo). in questo senso attaccare il film perchè “non c’è un filo logico” è come attaccare un cartone animato perchè non ci sono attori in carne e ossa. è lo stesso De Lillo a scrivere nel libro: “La parola stessa era ormai perduta in una nebbia fluttuante”, fare un film verboso su un libro allucinato sarebbe stato un atto di arroganza e un orrore cinematografico certo. invece questa nebbia fluttuante non offre i facili appigli narrativi abituali a un pubblico che da un film vuole intrattenimento, prima che poesia, ed è propria di Cronenberg, e a quanto pare delle lezioni di Heidegger. poi da qui a dire che fossero film e/o lezioni del cazzo il passo è lungo, e forse questo, si, del cazzo.