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I cosiddetti mercati erano stati squassati dal risultato elettorale, ma a seguito delle prime riforme avevano dato via via fiducia al nuovo governo italiano, atteso però al varco sul debito pubblico.
All’uscita dall’incontro coi rappresentanti del governo, il governatore della BCE Draghi si limitò a definire le posizioni “distanti” e si rifiutò di commentare le accuse da parte di un senatore della maggioranza di essere la “testa di ponte della Commissione Trilaterale in combutta con il Bilderberg per fare dell’Italia una comoda piattaforma-sdraio a bordo piscina da cui entrare al centro del Mediterraneo anche prima che siano passate tre ore dopo aver mangiato”.
In breve il senso di quelle parole apparve evidente. Il senso di quelle di Draghi.
L’annuncio del ritorno alla Lira fu dato un venerdì a mercati chiusi.
I 6 tagli di banconote e i 5 di moneta della nuova valuta erano già pronti per essere distribuiti, e il lunedì si ripartì col cambio paritario con l’Euro.
Grillo si dichiarò estraneo al processo decisionale del governo, ma felice per una scelta che definiva assolutamente logica:
«Finalmente riacquistiamo la nostra sovranità monetaria. Ma dove volevamo andare con la stessa moneta della Germania e un’economia moribonda? Almeno la nostra vecchia lira rappresentava il simbolo della nazione, il segno della ricchezza che avevamo, del frutto delle nostre fatiche, dei nostri sforzi, dei nostri sacrifici. Non potevamo continuare a farci imporre da un ente privato dei tassi che ci strangolavano.»
La nuova lira si svalutò rapidamente, andando a favorire il turismo e le esportazioni, in particolare il settore alimentare che contribuì a far rifiatare il comparto agricolo.
Il “Popolo della rete” accorse sul Blog festante, dove il sondaggio periodico sul gradimento dei provvedimenti risultò anche più del solito un plebiscito.
I più giovani risultarono i più entusiasti. Per loro l’Euro era stato portatore di austerità sin dall’infanzia, quando nel breve volgere di pochi mesi il prezzo dei Kinder Sorpresa arrivò a raddoppiare.
Il GoVerno lanciò un appello per acquistare italiano e rilanciare il mercato interno. Strada obbligata dato che le importazioni risultavano sfavorite dalla svalutazione.
Per abbigliamento e alimentare (coi contributi verso i prodotti a km0) la strada dell’adattamento risultò in discesa, mentre ci fu qualche remora in più nell’acquistare dall’odiata Fiat, le cui automobili risultavano ora relativamente convenienti.
Il vero punto su cui la luna di miele con l’esecutivo parve incrinarsi fu invece il costo dei dispositivi elettronici schizzato alle stelle. Tutti prodotti che andavano acquistati in dollari e di cui gli italiani non avrebbero più potuto fare a meno.
Il nodo fu sciolto per quanto riguardava tablet, smartphone e computer consegnando dei buoni “anti digital divide”, e facendo altrettanto con gli schermi a led con la scusa del risparmio energetico.
Ad un livello più macroscopico intanto, i costi delle importazioni di materie prime, del gas e del petrolio divennero quasi insostenibili. Venne allora lanciata la “battaglia del fotovoltaico”, con una serie di ulteriori incentivi per portare ogni famiglia ad installare un impianto che coprisse almeno due terzi del proprio fabbisogno annuo di energia elettrica.
Si incoraggiarono anche forme di pagamenti tramite scambio di beni senza che si rendesse necessario il passaggio di denaro, in particolari settori dove si riteneva che l’evasione fosse la norma.
E in attesa che si manifestassero gli effetti positivi dei vari provvedimenti, si procedette a stampare altra moneta per pagare gli stipendi e dare un ulteriore impulso all’economia del Paese, cercando di dare avvio ad un circolo virtuoso.


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