AmaBile – “Sposerò Marco Travaglio”

La prima volta che riuscimmo a entrare fu un trionfo: tutti quegli uomini di spettacolo, tutti quegli eroi delle nostre nottate solitarie. Ricordavo ancora quando, con le cuffie nelle orecchie,...

La prima volta che riuscimmo a entrare fu un trionfo: tutti quegli uomini di spettacolo, tutti quegli eroi delle nostre nottate solitarie. Ricordavo ancora quando, con le cuffie nelle orecchie, mi accarezzavo la passerina mentre lo sentivo parlare delle prove della corruzione di Mills, e a vederlo lì con Barbacetto, Disegni, Gomez e tutti gli altri, mi sentii subito tutta bagnata.

Io e le ragazze non eravamo delle novelline, ma arrivare così in alto, wow, questo era davvero nuovo. Certo, Giovanna aveva avuto una storiella con Formigli, e io ricordavo ancora quando mi ero succhiata Ascanio Celestini. Avevo provato ad abbordarlo dopo una puntata di Parla con Me, ma era talmente fatto che si addormentò prima ancora che gliel’avessi preso in bocca. Mi andò meglio dopo uno spettacolo di teatro, anche se dovetti faticare non poco a fargli capire cosa volessi da lui. Ma quella sera eravamo arrivate per la prima volta a un nuovo livello. Ripensare a Celestini, però, mi metteva sempre tristezza: pensavo ai ragazzi della mia età che aspettavano la Dandini, notavo la differenza anagrafica, e mi veniva un’istantanea secchezza. Per fortuna quella sera c’era lui, e i suoi occhi azzurri mi penetravano fin dentro al cuore, passando dai miei capezzoli titillanti di eccitazione.

Sapevo che Marco era il più ambito da tutte noi. A tutte sembrava un angelo brizzolato dallo sguardo puro, come un San Michele, un arcangelo pronto a squarciare il drago del berlusconismo e a salvare l’innocente fanciulla Italia – e ognuna di noi voleva essere l’Italia, ed essere salvata dalla sua spada argentata, celebrare con lui, con la somma delle nostre virtù, la liberazione dal drago.

Marco era come il Galahad dei nostri cavalieri della tavola rotonda. Ce n’erano di più vecchi e di più brutti, ma a noi non importava questo. Una vera groupie vede la bellezza nel cuore delle persone. A chi importava la vocetta fastidiosa e petulante di Gomez, che, quando veniva, belava come una capra agonizzante? Non era un problema, non te ne accorgevi nemmeno, se solo realizzavi che ti stavi scopando un Paladino Orlando, un Pegasus, un Mark Lenders. E noi lo realizzavamo sempre: da Vauro e Grillo giù giù fino a QdG e Andrea Rivera, per noi erano tutti parte dell’affascinante mondo dei guerrieri del bene.

Certo, mica tutte la pensavamo così: una delle mie migliori amiche era una schizzinosa che schifava quelli con la zeppola, e odiava la Dandini perché “lo so che nella sua posizione di potere Guzzanti se lo è ripassato più di una volta, e pure Neri Marcorè! E’ proprio un’ape regina, ricordo quando ha invitato Filippo Timi, sbavava, se lo mangiava con gli occhi, quella stronza!”

Però quella serata fu speciale, anche se non mi sarei mai aspettata che fosse qualcosa di più solenne che il “solo” incontrare lui. Fra tutti quei giornalisti e attori, fra Padellaro e Crozza, e Floris, e la milf dell’anno, Concita, che si portava appresso il giovanotto di turno della redazione dell’Unità, prima che le togliessero il giornale per affidarlo a Metilparaben (e vi giuro che il generatore casuale di titoli fu il migliore di sempre!!1!!), era in attesa la consapevolezza.

Facevano tutti discorsi importanti, nel caldo di quel giugno vittorioso: dopo le amministrative e il referendum c’era aria di cambiamento. Avevamo fatto meglio dei francesi: eravamo arrivati al Terrore senza passare per la Rivoluzione. Marco scintillava nella sua camicia bianca e nei mocassini senza calze. Nel bagno degli uomini, ci imbattemmo in uno che si faceva una pista e diceva “io non ho ruoli istituzionali! Io posso!”; e Travaglio gli sorrise accondiscendente, prima di inerpicarsi fuori dalla finestra e scoparmi con dolcezza sui seggiolini della sua macchina, mentre il lettore mp3 lanciava un podcast di Tuttinpiedi con Santoro e la Fiom. Era l’alba quando mi riaccompagnò a casa, dopo essersi fermato in edicola. “Al mondo non c’è niente che abbia quest’odore. Adoro l’odore del Fatto Quotidiano appena stampato al mattino”.

Pensando che quella battuta dovevo averla letta su Spinoza, mi sistemai l’orlo della gonna, rigorosamente viola (anche se le mutandine erano arancioni, dopo tutto eravamo a Milano), e poi salii in casa. Davanti allo specchio, guardando i segni di morsi sulle tette e il reggiseno strappato e col gancio rotto, pensai che ero stata fortunata: Marco era proprio un signore. Mentre mi struccavo, osservavo tutto quello che avevo indosso e nella borsetta: spille, colori scelti a tema, e le foto, quelle in cui salutavo le donne arabe o stavo col post-it in mano e un sorriso falso, che mi ero stampata per rimorchiare quelli di Repubblica come Massimo Giannini. E rileggendo queste righe della mia vita, mi spiace che sembri solo un elenco di personaggi della controinformazione, ma tutto all’epoca era un vorticare di persone e iniziative da cliccare, di cose che non sapevo neanche quanto servissero alla mia coscienza, quanto al paese, quanto alla mia crescita personale.

Fu solo allora che mi accorsi di un ragazzone dall’aria febbricitante, che mi fissava nello specchio da dietro la porta del bagno. Lui sembrò imparpagliarsi: “Non urlare, non urlare, ti prego. Ti ho seguita dal locale, quando eri con Travaglio… Sei molto bella.” “Lo so”, dissi. “So che lo sai, ma questo non ti rende meno bella.”
Non ho mai resistito a un complimento di un bel ragazzo, per cui gli sorrisi e rientrai nella mia camera. “E cosa vorresti da me?”, dissi ammiccante. “Io… Vorrei solo che non portassi tanta paccottiglia”, e mi tolse a uno a uno tutti i gadget con rabbia. Mi resi conto di aver fatto un tremendo errore: questo era un pazzo, sicuramente uno di quel sottobosco che criticava Grillo e boicottava il Fatto perché faceva scrivere Massimo Fini.

Comunque, non si fermò lì: la vista del perizoma arancione lo fece imbestialire, credo; preso da un furore che mi atterriva, mi strappò tutto di dosso, bestemmiando qualcosa anche contro il colore delle mie infradito. Solo a quel punto si appoggiò al muro con aria stanca, la barba sfatta rigata da due silenziose lacrime. Nuda come non mi ero mai sentita con nessuno degli altri, lo riconobbi, finalmente, era una colonna minore di un qualche blog di quarta categoria, uno di quelli che qualche mia amica si era ripassata proprio agli inizi inizi. Mi avvicinai a lui ben decisa a non farmi mettere le mani addosso, e, incrociando le braccia sul petto, gli dissi: “E ora?” Lui si riscosse e mi portò in silenzio davanti allo specchio. Mi disse: “cosa vedi?” “Me stessa nuda in compagnia di un coglione.” Lui scosse la testa: “Sbagliato. Sei tu, da sola con le tue idee.”

E detto questo, come se fosse poi tutta questa gran cosa, mi diede un bacio sulla bocca. Sentii il suo pizzetto appena accennato che mi sfiorava la pelle, e i canini appuntiti che mi segnavano le labbra, delicatamente. Poi mi guardò con aria depressa e si allontanò nell’aria umida della sera, scendendo le scale in silenzio. Io capii quello che dovevo fare. Trovai la sua pagina su facebook, e lo cancellai dagli amici.

Volpe

About Volpe

La Volpe è nata nel 1980 a Roma, ma ha fatto il liceo classico e si è laureata in Fisica a Modena. Respinto dalla Norvegia dopo quattro anni per un fallito test antirabbia, il suo stato mentale è degenerato al livello “credersi il Presidente della Repubblica”. E’ un animale selvatico, agnostico, romanista e di inclinazioni socialiste; adora le glaucopidi, non crede in nulla, ma, contro ogni esperienza e ogni buon senso, ripone una fiducia sconfinata nell’Amore.