Lettera di candidatura

Gentili signori amministratori delegati e capibastone della «’ndrangheta S.p.a.»,
sono un giovane appena giunto alla fine di una brillante carriera di studi, comprensiva di laurea triennale, magistrale e dottorato di ricerca, e mi trovo per la prima volta ad affacciarmi sul mondo del lavoro. Come è facile immaginarsi, essendomi principalmente occupato di filosofia americana contemporanea, il mio naturale sbocco lavorativo sarebbe il mondo accademico. In altre parole, sono fottuto.
Benché, lo dico in tutta onestà, non condividessi in passato la politica aggressiva della vostra azienda, ho recentemente compreso che quello che fate è non solo giustificato, ma persino essenziale al corretto funzionamento del nostro sistema statale. Come potete vedere, dunque, comprendo perfettamente la vostra ragione d’essere e la vostra mission aziendale. Ciò mi rende, a mio parere, un perfetto candidato per posizioni anche delicate all’interno della vostra organizzazione.
Comprendo perfettamente, altresì, il vostro bisogno di assicurarvi la mia fedeltà al brand, e che i vostri segreti industriali non vengano resi noti ad aziende concorrenti o, peggio, alle cosiddette forze dell’ordine. Perciò non mi aspetto di certo di essere fin dall’inizio inserito nei quadri aziendali con ruoli dirigenziali a tempo indeterminato. Per cominciare mi propongo dunque per una delle vostre posizioni libere alla base della catena produttiva: spacciatore di droga in franchising o regolatore di conti free-lance.
Naturalmente provvederei ad aprire regolare partita IVA, qualora la posizione che mi assegnereste lo richiedesse, e a spostare la mia residenza ove voi riteniate più opportuno. Segnalo fin da subito che nessun membro della mia famiglia fa o ha fatto parte di alcuna forza di polizia dello Stato Italiano o di altro Paese e resto a disposizione per ogni altro chiarimento si rivelasse necessario.

Bacio umilmente le mani,
il vostro servo Vladimir Stepanovič Bakunin

About Vladimir Stepanovič Bakunin

Dopo una tranquilla infanzia a Dachau, in Baviera, Vladimir Stepanovič balza agli onori della cronaca quando viene accusato di essere il famigerato Mostro di Firenze. Il processo è interrotto dalla sua morte per infarto. Suo figlio, Stepan Vladimirovič, ne onora la memoria assumendone il nome e scrivendo satira incestuosa sul Bile, graffiti sui muri e poesie sulle belle donne.