La Clitodissea

È seriamente innocente, dopotutto, quando la raccolgo con i suoi occhioni blu alla Miley Cirus, i capelli biondi contornati da un cerchietto, le sue origini semi-nobili a rendere la violenza...

È seriamente innocente, dopotutto, quando la raccolgo con i suoi occhioni blu alla Miley Cirus, i capelli biondi contornati da un cerchietto, le sue origini semi-nobili a rendere la violenza che mi appresto ad infliggerle politicamente corretta, con l’aiuto di diverse pasticche somministrate senza il suo consenso. Sedici anni da poco compiuti, purtroppo un affare che si preannuncia semi-legale – anche se per me ne ha comunque quattordici. Mi confida nel bagno del palazzo in cui si sta svolgendo la festa, con la voce soffocata dalla mia verga venosa e le mani a mulinare i testicoli resi enormi dal mio cockring zebrato preferito, che una volta un vecchio le ha toccato il culo e lei ha avuto paura di rimanere incinta e che da grande vorrebbe fare la giornalista, possibilmente in giornali e produzioni televisive della sinistra antagonista nonostante abbia i soldi per sfamare interi stati africani, la California e i giornalisti Rai.

La sua bocca è fresca di mughetto e i filamenti di saliva formano un arabesco di perversione e sesso minorile preliminare che vanno assolutamente inquadrati in una cornice più adatta per una lenta e bestiale deflorazione. Ad un certo punto decido di finire il lavoro di pelle a casa mia, liquidando gli altri ospiti con vari “non si sente troppo bene”, “domani ha il compito di algebra e devo darle delle ripetizioni” o “credo che alla fine della serata lei finirà con una benda nell’occhio come la Mondaini, solo che questa volta non si tratterà di tumore”, così questi annuiscono mentre si apprestano a stringersi in cerchio intorno alla vecchia contessa a carponi sul tappeto imperiale, con delle vistose abrasioni alle ginocchia. E insomma nel tragitto continua a parlarmi delle sue aspirazioni, sempre negli intervalli in cui non le premo la testa sul mio pube rischiando più volte di affogarla, poi una volta arrivati scosto la fotomodella taglia 39 che giaceva inerme sul mio letto da qualche ora, i capelli ancora impiastricciati di sborra, baby-oil e acqua santa e getto di prepotenza la quattorsedicenne, a cui ho già rimosso in ascensore il vestitino di seta, il tanga di pizzo e il delizioso tacco 8 nero (che, tra l’altro, si applica perfettamente alla forma del mio cazzo), spalancandole le gambe, rimuovendo il cockring e incominciando a trivellare la sua montagnola ancora priva di scorie nucleari interrate o valsusini, e dopo un’ora in cui ho provato più posizioni che le leggi ad personam approvate in questi ultimi 15 anni qualcosa del quadro generale davvero mi sfugge. Lei è totalmente immobile, gli occhi semichiusi, bianchi e rovesciati all’indietro, non ansima più, il respiro è flebile, impercettibile: sarà la sua tattica di godimento, penso sul primo momento, notando al contempo un certo smollamento nelle parti basse, e di conseguenza realizzando di averle completamente spaccato il bacino e l’osso pelvico, il che, voglio dire, sono cose che possono succedere, ma non a casa mia. Poco male, posso sempre dire di non sapere che questo appartamento è mio, o rivendicare l’azione per conto di qualche organizzazione dedita al killeraggio di nobiltà, semi-nobiltà e conduttori dei programmi della mattina sulle reti ammiraglie delle tv commerciali, ma invece, con grande sorpresa, mi coglie una sensazione invasiva di un qualcosa che non avevo mai provato prima, in tutti questi anni – la vergogna, la vergogna e il senso di colpa.

Ma un lavoro è un lavoro, e va comunque finito. Dopo una ventina di pompate esplodo l’obice sulla sua faccia, concentrandomi in particolar modo sull’occhio sinistro, poi mi alzo con il mortaio pericolosamente oscillante, semi-eretto e sgocciolante, vado in bagno a prendere una benda e l’applico sull’occhio ricolmo di liquido biancastro e appiccicoso. Un buon lavoro. Prendo la mia sacca ed esco.

 

Tettiade

Spesso le donne, escort, transessuali e politici con cui sono stato o che ho abusato/infettato si sono lamentate del mio comportamento. Non chiami mai, Non ti fai mai sentire, Una gruccia su per il naso non è una maniera di dimostrare affetto, Non parliamo mai di niente, Ma tu non hai interessi in comune con me? ed infine la più terrificante delle accuse, Sento che potremmo condividere delle emozioni insieme, al ché io avevo elaborato una risposta piuttosto standard, “Scusa, hai ragione, ma posso ancora sborrarti in faccia?” Di solito funzionava sempre, come parlare di subincisione genitale in un circolo marxista di studiosi di geopolitica o in un raduno di fan dei b-movie anni ‘70: ti guardano come un fan di Luttazzi al quinto minuto di un monologo di George Carlin o una ragazza a cui hai appena cercato di infilare il cazzo nel buco dell’orecchino.

Nonostante più volte, nel corso degli anni, fossi riuscito ad afferrare il concetto che qualcosa in me non andasse poi così tanto bene, l’attrice serba che è passata dalla pornografia al cinema d’autore balcanico (senza che il pubblico si accorgesse della differenza) continua a succhiarmi e a farmi pulsare il cazzo nei bagni di un locale di Belgrado, città in cui mi sono fermato per uno scalo che il giorno dopo mi avrebbe portato in Thailandia, slappandomi le palle e infilando ripetutamente le sue dita nel mio buco del culo, arrivando quasi a farmi dimenticare la mia nuova missione, già, perché tutto è cambiato quella sera, la sera in cui ho spezzato l’osso pelvico di una quattordicenne, dato che mi sono accorto per la prima volta che tutto quello che avevo fatto nella mia vita precedente era inutile, malvagio, perverso e inumano – in pratica, i Genesis negli anni ‘80 – e quindi un cambiamento netto e totale era davvero fondamentale, una svolta, una vera rinascita post-mortem morale ed etica che mi avrebbe portato a salvare il mondo intero, e insomma, sì, ero diventato il nuovo messia del mondo, e se all’inizio molti mi schernivano e i medici della clinica di riabilitazione mi prescrivevano psicofarmaci sempre più potenti, io giorno dopo giorno, penetrazione anale dopo penetrazione anale e bondage vestito da coniglio gigante dopo bondage vestito da coniglio gigante mi convincevo sempre di più della sacralità della mia nuova ragione di vita: proprio così, avrei salvato il mondo da tutta l’iniquità di cui è capace la bestia umana, l’avrei fatto ora, per sempre, avrei consegnato al mondo una nuova epoca di pace e prosperità, armato solamente della mia borsa Yves Saint Laurent stipata fino all’orlo con più di cento tipi diversi di lubrificante, ballstretcher, dita cinesi, perle di gheisha, vibratori, vagine in lattice ricaricabili con energia solare e l’indispensabile pamphlet “La filosofia di Moana”, ascoltando in loop continuo E2-E4 di Manuel Göttsching e It’s Ok To Be Gay dei Tomboy.

L’attrice serba intanto porta avanti il suo piano di pulizia etnica sul mio glande, quando si alza improvvisamente, mi afferra l’asta e mi porta al bancone del locale, con il cazzo rigido e puntato verso l’alto come un saluto romano della Polverini, mi offre degli shot immondi che sono l’equivalente di un razzo V2 sparato a 1,4 metri di distanza e che sanno di sofisticazione alimentare, poi chiama a raccolta altre 3 sue amiche/colleghe, e queste si passano il mio affare con voluttà e intensità sempre maggiore, e la colorazione progressivamente violacea della mia arma di pacificazione di massa mi suggerisce di essere caduto nella prima e vera trappola della mia nuova attività di salvatore del mondo. Che abbiano già scoperto il mio piano? Chi ha organizzato tutto ciò, il Mossad? Sì, sono stati loro, chi altri utilizzerebbe delle attrici serbe che non sembrano uscite da un film di Kusturica per cercare di fermarmi, a parte gli israeliani? Prima che incomincino a strapparmi la carne di dosso, decido ineluttabilmente di anticipare l’eiaculazione, prendendo al contempo del limone che è sul bancone del bar, quindi estraggo dai loro forni dentati la mia portaerei, strizzo il limone sui loro occhi e faccio esplodere un bombardamento di sperma sulle loro facce da far impallidire quello Nato nel 1998-1999, e loro gridano, si dimenano gravemente ferite, e io mi fiondo fuori, chiamo un taxi e mi faccio portare direttamente all’aeroporto, destinazione Israele, a sgominare il complotto che i servizi segreti hanno ordito contro di me, e soprattutto per dimostrare che nessuno dovrà mettersi in mezzo, d’ora in poi.

Scusa se ti chiamo prolasso anale

Sono a Tel Aviv da ormai 2 settimane, di cui l’ultima passata tra l’ospedale (a causa di un attacco di balanopostite) e i miei vari rifugi sicuri in cui sono rinchiusi 5 agenti (3 femmine e 2 maschi), che mi curo di torturare ad intervalli regolari per estorcere informazioni preziose: se mi vedessero quelli della CIA avrei un lavoro rispettabile, sadico e ben retribuito; ma sono un idealista, e quello che hanno fatto in America latina, in Italia e nell’ego di Norman Mailer non mi è mai andato giù.

Dunque, dopo due settimane ancora non sono riuscito ad ottenere una parola da questi agenti, ed ora come non mai si profila necessaria un’azione risolutiva. Riunisco i 5 nel rifugio più grande, un appartamento di 60mq in pieno centro, completamente privo di arredamento, e dopo averli bendati, storditi e imbottiti di Xanax, Cialis, ostriche e riflessivi pavloviani al sentir nominare il termine “prolasso anale” e vedere le relativi immagini, posso ben cominciare l’operazione porno-militare di raccolta informazioni. Mi sarei concentrato prima sulle 3 donne ed infine sui 2 uomini da cui sapevo che sarei riuscito ad ottenere delle informazioni grazie ad un’arma risolutiva che avevo scoperto su certi Tumblr qualche anno fa – ma che malauguratamente non avevo mai avuto occasione di mettere in pratica.

Tolgo la benda alle tre agenti e ordino loro di denudarsi, ordine che recepiscono come se fossero un bulldozer davanti alla casa di una famiglia palestinese, appoggio le loro bocche una vicina all’altra e le costringo a limonarsi pesantemente, mentre io mi masturbo in ginocchio davanti a loro, toccandole alternativamente le tette e le passere che si bagnano alla velocità di un missile lanciato contro un ospedale a Gaza, il cazzo mi diventa duro all’istante, le metto a carponi una dietro l’altra come a formare un millepiedi umano, e loro leccano e si fanno leccare il culo e la clitoride con sempre più foga, mentre le reazioni chimiche provocate dalle sostanze impazzano nei loro organismi, facendole perdere sempre di più il controllo su loro stesse, quasi come la situazione al confine con il Libano. Tiro fuori dalla borsa lubrificanti e olio e schizzo i prodotti sui loro culi, schiene e orifizi sino a far diventare il pavimento una specie di campo da calcetto-sapone, poi mi metto dietro l’ultima agente che forma il Mossad-millepiedi, le slargo il buco del culo con sapienti tocchi in modo da penetrare come una pallottola nella testa di un miliziano di Hamas e incomincio a battere, picchiare, martellare con incredibile frequenza, gli addominali piatti bruciano e si contraggono per lo sforzo sovrumano, e loro continuano a toccarsi e leccarsi le parti basse in un profluvio di liquidi e viscidume fino a quando, dopo circa 20 minuti di violento carpet bombing ininterrotto non intravedo il rosso del retto che comincia a fuoriuscire dalla cavità della mia preda, e capisco che il punto di rottura per il primo prolasso anale è ormai vicinissimo, necessita solamente di un ultima basculata pelvica, ed ecco il prolasso, TRAC, nel suo disgustoso splendore. Mi sfilo velocemente, ponendomi in posizione eretta, vado davanti al millepiedi, stacco le prime due parti, afferro le loro teste e le rivolgo verso la loro collega, distesa pancia in giù sul pavimento, e noto distintamente l’orrore emergere dai loro occhi e dallo Xanax. Si abbracciano, cercando di rifugiarsi in un angolo per sfuggire da me – e no, mie care, queste cose non ve le hanno mai insegnate nei vostri 3 anni di addestramento militare, operative in una delle zone più calde del mondo. Credo che il momento sia propizio per ottenere le risposte a qualche domanda. “Perché la vostra organizzazione mi ha preso di mira”, domando a cazzo dritto/umettato di olio. “Abbiamo…loro hanno saputo che tu vuoi salvare il mondo”. “Loro chi?” domando mentre raccolgo il materiale per dedicarmi agli altri due agenti, che hanno assistito a tutta la scena senza dire alcunché. “Il Mo…Mossad, signore”. “Come sospettavo. E cosa abbiamo intenzione di fare ora? Pensate di continuare ad utilizzare passaporti falsi per commettere omicidi in tutto il mondo o di arrotolare oppositori interni in tappeti per poi sbatterli in galera per 20 anni? Oppure – domando retoricamente stritolando i capezzoli di una delle due agenti – pensiamo di lasciare finire questa brutta storia qui, scordare quello che è stato e lasciarmi lavorare in pace?” “La…la seconda”, rispondono all’unisono. Punto primo della missione: compiuto.

Con gli agenti è invece tutto più facile, del resto gli uomini sono meno forti delle donne sotto certi punti di vista. Dico loro di aspettarmi, che mi sarei recato in bagno a darmi “una rinfrescata”, mentre in realtà stavo andando a preparare la loro fetta di tortura. Estraggo da un altra borsa, questa volta Prada, un siringone sterilizzato ancora impacchettato e un sacchetto contenente una porzione di merda che avevo all’uopo evacuato dopo una giornata intera passata a mangiare shakshuka, pita, felafel, hummus (il tutto condito con skhug e salse varie), scarto la siringa dal suo involucro e incomincio a risucchiare le feci al suo interno. Torno nel salone, e subito invito le due agenti superstiti a far drizzare gli apparati intimi dei loro colleghi, cosa che provvedono a fare con zelo e dedizione insoliti, mentre nel frattempo confido ai due uomini il mio intento di rilasciare il contenuto della siringa nelle loro uretre (e di fare lo stesso con molte altre persone) qualora il Mossad, o Israele in generale, non si fosse veramente impegnato a rendere effettiva la democrazia, avviare i negoziati di pace con la Palestina, rivelare al mondo intero la portata del loro arsenale atomico e, se del caso, pure di smantellarlo in tempi brevi – ed è quasi inutile dire che i due si sono dimostrati veramente entusiasti della mia offerta, tanto da chiamare i loro superiori i quali a loro volta si sono mostrati assolutamente disponibili tanto da chiamare il primo ministro che ha subito indetto una conferenza stampa in cui ha spiegato al mondo intero che Israele perseguirà una nuova politica estera nel medio-oriente e che, nonostante tutto il sangue versato, spera di ottenere la comprensione e il supporto degli stati arabi confinanti, per la prima volta nella sua storia.

Io e i quattro agenti (la quinta agente è stata ospedalizzata e operata d’urgenza, tornando come prima nel giro di qualche settimana) abbiamo deciso di rimanere in quell’appartamento per altri 5 giorni, in cui ci siamo prodigati in selvagge orge, quasi al limite della disperazione, fino a svuotarci completamente di ogni liquido corporeo, in una lussuria scatologica che avrebbe loro levato ogni residua forza per intercettare comunicazioni riservate, assumere identità false e pensare di essere Eric Bana in Munich. Alla fine abbiamo concordato tutti sul fatto che il suicidio di uno dei due componenti dei Telefon Tel Aviv sia stata una delle sventure più taciute ed ignorate del decennio.

Siamo rimasti buoni amici.

Fuga dalla Figa

Sono passati ormai tre anni dai fatti di Tel Aviv, e devo dire che sono stati anni fottutamente intensi e di cui ho memorie piuttosto confuse. Da quell’episodio tutta la stampa mondiale, ad eccezione di qualche giornale italiano diretto da criptonazisti e persone sessualmente represse, si è occupata di me, di modo che io possa ricordarmi di quello che ho fatto. Time, Guardian, Economist, Playboy, Rolling Stone, Vanity Fair, Le Monde, Spiegel, Il Foglio, tutte le riviste patinate possibili immagini, il Sun, tabloid inglesi e olandesi, pubblicazioni giapponesi e anche delle riviste di pesca per delle tecniche particolari che ho usato per rovesciare un regime particolarmente cruento in un’isola sperduta nel Pacifico di cui non ho mai saputo il nome a causa della dipendenza da crack che avevo sviluppato in quel preciso periodo. Sono stati fatti due documentari e un film su di me, che purtroppo ha avuto enormi problemi di distribuzione e che in pratica è girato solo per festival, vincendo comunque il premio della giuria a Cannes e ben 6 statuette agli AVN Awards, gli oscar del porno, nelle categorie “Miglior attore protagonista maschile”, “Migliore attore protagonista gay”, “Migliore scena di sesso anale”, “Migliore produzione a sfondo etnico”, “Migliore scena di sesso interrazziale” e “Migliore Violazione Vaginale Ad Un’Anziana Di 83 Anni”.

È stata persino fondata una rivista (chiamata “George W. Litoris”, semplicemente il mio nome) che segue tutte le mie imprese, registra i risultati ottenuti in questi anni, misura il grado di libertà dei paesi dopo una mia visita, le vittime collaterali delle mie missioni, interviste, reportage e molto altro ancora. Ogni mese esce un supplemento di circa un migliaio di pagine su tutte le relazioni sessuali che ho avuto, ordinate in ordine alfabetico (con relativa votazione data dalla redazione in base ai racconti miei e dei partner) e spiegate nel dettaglio. Una delle relazioni di cui vado più orgoglioso è sicuramente questa:

I / Imelda Marcos – Vedova del dittatore delle Filippine Ferdinand Marcos, nome in codice la Farfalla d’Acciaio e Farfalla di Ferro, fu un’influente figura politica nel regime del marito. Fuori dalle Filippine è conosciuta soprattutto per le sue stravaganze, come simbolo di uno regimi più stravaganti e corrotti del XX secolo e come avida collettrice di scarpe (fino a 3000 paia nei tempi d’oro). Incontra George W. Litoris alle Hawaii, un rendez-vous che dura 2 giorni e che l’ha vista diventare una persona completamente diversa, visto che ora si occupa di volontariato e denuncia quotidianamente gli abusi commessi dalle case di produzione calzaturiere sui bambini del terzo mondo. George W. l’ha definita così in un’intervista: “Ha una notevole carica granny: nonostante l’età avanzata, la signora in anni e anni di regime evidentemente non ha perso il gusto nel suggere randelli e i piaceri dell’esplorazione anale. C’è da dire che ho dovuto limitare notevolmente il mio potenziale, ma ne è valsa decisamente la pena. La colonna sonora delle nostre 48 ore di passione è stata ovviamente “Here Lies Love” di Fatboy Slim e David Byrne, il concept album uscito di recente a lei dedicato – si sa, i reazionari di tutto il mondo sono degli inguaribili narcisisti”. Cronache non confermate dalla stampa mondiale, ma per noi assolutamente certe, riferiscono di pesanti giochi erotici con le scarpe della signora (mentre ella stessa avvolgeva la testa del Nostro con le sue flaccide e rugose labbra), in particolare di quelle munite di paillettes, tacchi 12 e laccetti. Litoris ha confermato la frequenza d’inserimento di scarpe-nel-culo-della-vecchia: 3,5 al minuto. La Marcos ha avuto bisogno di 6 punti di sutura per chiudere la ferita. VOTO: Vasco Rossi.

In questi anni, comunque, ho contribuito a rovesciare regimi africani, ho unito etnie diverse attraverso il teabagging e ho risolto la crisi in Sudan insegnando ai governanti musulmani e ai ribelli del fronte di liberazione le gioie estatiche dell’estrarre il cazzo leggermente sporco di residui fecali per poi disegnare buffi baffi e pizzetti sui volti di nemici, amanti, amici e torturatori. In Africa ho contratto una lunga serie di malattie e collezionato svariati incidenti che hanno quasi rischiato di mandare a monte la mia missione, tra cui crampi muscolari, rottura dei testicoli, rottura dei vasi sanguigni, lividi da eccessi di pompino e disidratazione generale. Ho rischiato terribilmente un’irreparabile frattura del pene all’apice della cavalcata anale con il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, un grasso porco con folti peli intorno al culo e una passione insana per quell’intreccio tra sangue e gonfiore spropositato che si genera dalla rottura dei cazzi all’interno del suo culo – ma è stato assolutamente radicale, dato che Mugabe ha abbandonato il potere, restituito il maltolto alla sua popolazione in cambio di, be’, cazzi rotti in culo, che è quel che è, ma almeno non è una faccia spappolata da una sventolata di AK-47 governativi.

In Asia invece ho trovato molte meno difficoltà, ed il momento più bello è stata sicuramente la maxi orgia con tutta la junta militare birmana che si è protratta per venti giorni ininterrotti tra la capitale Naypyidaw e Rangoon. È bastata un’ora per scatenare tutta la repressione sessuale di questi militari, abituati da anni a sterminare la propria popolazione, tenere ai domiciliari Aung San Suu Kyi (sulla quale, come mi ha confidato un generale, ogni militare si è sparato almeno venti seghe) e fare referendum farsa per continuare a perpetrare la dittatura. Avevano una strano modo di intendere la sessualità, che io ho trovato sinceramente naif e anticonvenzionale. In pratica, i militari si consultavano frequentissimamente con oroscopi e astrologi per decidere il momento della sborrata: erano assolutamente scientifici in ciò, e io trovavo oltremodo affascinante la loro dedizione nell’applicazione di queste ciarlatanerie pagane al sesso. Detto ciò, loro amavano sopra ogni altra cosa la nobile arte dello snowballing e cercavano infatti di far coordinare dagli astrologi (pena la morte) tutte le loro sborrate in modo da schizzarsele in bocca, rimasticare la sborra, impastarla con la saliva e passarsela di bocca in bocca – ed ecco, immaginatevi quest’operazione ripetuta almeno 40 volte al giorno per rendervi conto della carica virale che poteva avere uno snowball passato nella bocca di almeno 150 persone. Non appena si era sparsa la voce di quello che stavano facendo i generali insieme a me, tutta la popolazione è scesa in strada, si è riappropriata del paese, ha chiesto elezioni generali da cui è uscita naturale vincitrice A.S.S.K., la quale ha traghettato la Birmania verso l’agognata svolta democratica dopo anni di opprimente dittatura. La junta militare, o quel che ne rimane, è ancora lì a passarsi la sborra di bocca in bocca.

La svastica nel ventre

Nonostante abbia risolto situazioni irrisolvibili e sia diventato l’unica speranza per la pace nel mondo, moltissime persone disprezzano profondamente i miei metodi, le guerre in Iraq e Afghanistan continuano ad andare avanti, Steve Jobs prosegue nella sua deriva tecnologico-autoritaria, la Binetti continua a negarsi a me (nonostante una petizione su internet abbia raccolto 200 milioni di firme) e, soprattutto, le minorenni sono ancora illegali nella maggior parte del mondo cosiddetto civilizzato – tant’è vero che la mia base operativa, da un anno a questa parte, è situata nello stato del Vaticano.

Sono arrivato, insomma, ad un punto morto, penso mentre sto infilando i miei due pugni nei culi bianchi e nazifascisti delle gemelle Gaede del gruppo razzista/white power “Prussian Blue”, chiedendo contestualmente ad una di loro di infilarmi un assorbente imbevuto di Gray Goose nel culo. Sotto espressa richiesta, le due biondohitleriane nate nel 1992 mi hanno portato dall’America l’olio Crisco, un grasso vegetale usato per cuocere che dicono sia il lubrificante ideale per infilare mani e altri oggetti simili nel deretano di qualcuno, e quando ormai arrivo al polso le due troie urlavano improperi in tedesco inglesizzato invocando il Quarto Reich, dandomi così, giusto poco prima che la vodka si irradi in tutto il mio organismo e io cominci ad agitare spasmodicamente i miei pugni all’interno delle loro cavità anali causando orribili lacerazioni, l’idea definitiva per portare la pace nel mondo – il Quarto Reich, appunto, e come cristo avevo fatto a non pensarci prima?

Questa volta però non avrei convocato una conferenza stampa per annunciare i miei propositi, non avrei detto la mia destinazione e soprattutto non avrei agito da solo, accompagnato da 4 fedelissimi redattori della mia rivista, e nemmeno pacificamente. Arrivo a Berlino che è notte e mi dirigo subito verso il palazzo della cancelleria, occupandolo manu militari. Il primo ministro della Germania è nel suo ufficio, ancora intenta a lavorare per donare alle sorti della nazione un futuro di prosperità e per placare l’ira dei banchieri che vogliono indietro i soldi dati alla Grecia, e non appena mi vede caccia un urlo, muove dalla sedia quel suo culone flaccido e strizzato da un’orribile gonna rosacea da VHS porno del 1984 sperando di scappare da me, ma è troppo pesante e goffa e ridondante e cade nei pressi della scrivania, e noi a quel punto l’assaltiamo, le strappiamo la giacca e la gonna e nel giro di 5 minuti siamo già sulla tripla penetrazione bocca-figa-culo, e la scrofa gode ed ha la faccia paonazza solcata da vene ingrossate dal travaso di lussuria che le stiamo operando – e questo sarebbe stato solo l’inizio – e urla come un gerarca delle SS quando le sborriamo in faccia e sulle tettacce pendule e sformate dall’età che poi smarmelliamo alacremente con i nostri bastoni di carne.

L’indomani il palazzo è circondato da polizia, esercito e televisioni, una nutrita schiera di persone che rimarrà lì fuori un mese intero, un mese in cui tramite una sudditanza sessuologica la premier tedesca traghetterà la Germania verso i suoi antichi fasti nazisti, creando l’agognato Quarto Reich, invadendo già la Polonia come primo avvertimento al mondo intero e ordinando la soluzione finale per la razza turca – dato che ormai gli ebrei hanno stancato e sono pure circoncisi. Il mio piano definitivo è proprio questo: compattare il mondo intero contro i nemici storici di sempre, i nazisti. Reductio ad Hitlerorum, semplice, banale, lineare, con l’olocausto dei turchi la Germania si tirerà dietro anche l’odio del mondo musulmano e grazie a questa minaccia tutti i popoli, le genti, le razze, le etnie e i sadomasochisti diranno “MAI PIU’” e si uniranno tutti in un grande abbraccio collettivo, le istituzioni internazionali finalmente funzioneranno, la pace regnerà sovrana, l’unica preoccupazione dell’umanità sarà quella di esplorare lo spazio intergalattico e fare i creampie nel culo dei propri partner, la percentuale del Pil dedicata alla difesa e agli armamentari crollerà e l’amore vincerà sopra ogni cosa, sì, andrà proprio così, già lo vedo.

E dunque la mia vicenda si conclude qui, con un seppuku collettivo, un suicidio che lascerà spazio al mio successore designato da me medesimo, Daniele Capezzone, il cui volto mi sovviene mentre mi trafiggo con la spada da parte a parte, e vedo la sua espressione corrucciata quando gli dico che lui sarà il prossimo salvatore del mondo e lui mi chiede angosciato “Perché mi hai fatto tutto questo?” e un grande buio cala dentro i miei occhi e per la prima volta dall’inizio di questa storia il mio cazzo si affloscia.

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